oggettivista

Libertà individuale senza compromessi

L’Italia di Grillo: il ritorno al primitivo

Ma è mai possibile che la massima preoccupazione di tutti gli opinion maker italiani sia l’incapacità di formare un governo? Il dibattito sulla maggioranza che non c’è e il governo che latita dimostra che non si riesce o non si vuole capire quel che è il vero, gigantesco, problema dell’Italia. Il voto dato al Movimento 5 Stelle. Troppo spesso si sente liquidare questo argomento come “voto di protesta”. No, cari miei. Il voto di protesta è la scheda nulla, la scheda bianca, o l’astensione. Oppure l’emigrazione (che nel 2012 ha superato numericamente l’immigrazione, per la prima volta nella storia recente dell’Italia). Questo moto è consistente, ma non ha cambiato il gioco. Non si può neppure parlare di voto contro i “vecchi partiti” (che molto “vecchi” non sono, tra l’altro), perché c’erano tante altre alternative. “Fare” era contro i vecchi partiti, ma non è stato scelto. La figuraccia rimediata, proprio al fotofinish pre-elettorale, da Oscar Giannino, spiega solo in parte l’insuccesso del suo movimento. Al netto di quella figuraccia, “Fare” avrebbe raggiunto a mala pena il 4% dei voti nazionali, forse anche meno. Nulla in confronto con il 25 e passa percento conquistato dal Movimento 5 Stelle. Monti, con la sua lista tecnica, era un’alternativa ai vecchi partiti. Ma anche qui, anche al netto del suo errore di allearsi con vecchi uomini dell’establishment, quali Fini e Casini, non sarebbe mai andato oltre un 12-13%, la metà di quel che ha preso la formazione di Beppe Grillo.

Il voto a Grillo è, invece, ben altra cosa. E’ una scelta ben precisa. La si può riassumere con un’unica definizione: il ritorno al primitivo. Se di ribellione si parla, ebbene è una rivolta contro la modernità in tutti i suoi aspetti.

E’ una rivolta contro la realtà. I discorsi di Beppe Grillo e i messaggi (ben poco esoterici) di Casaleggio, sono abbastanza chiari: non credete a quello che dicono i media, non credete a quello che dice l’informazione “ufficiale”, non credete all’educazione “ufficiale”. D’accordo: i media sono politicizzati e faziosi, l’informazione può essere distorta, l’educazione è infettata di ideologia. Ma l’antidoto a queste distorsioni dovrebbe consistere, in una società moderna, in una ricerca più approfondita della realtà. E non è una missione impossibile nell’era dell’informazione. Si richiede solo un po’ di studio, di pazienza e di logica per discernere quel che è vero da quel che non lo è. Il popolo di Beppe Grillo, al contrario, dopo aver rifiutato i canali di informazione ufficiali, non fa altro che ripiegare sulla superstizione. Casaleggio, nel suo video “The Future of Politics”, non fa che ripescare le vecchie teorie del complotto globale. Tutto il potere del mondo, a detta sua, sarebbe dominato da soli tre poteri: la Chiesa, la Massoneria e la Finanza. La Chiesa e la Massoneria sono istituzioni. Ma non è difficile smentire l’idea che controllino tutto. In società aperte e pluraliste, come quelle occidentali, hanno un’influenza relativa. Sono tanti e tali i gruppi di potere, tante e tali le correnti di pensiero, che la Chiesa cattolica si sta frammentando al suo interno in modo sempre più visibile. Le chiese protestanti sono estremamente frammentate sin dai tempi della Riforma. La Massoneria, che dominava politicamente l’Italia sino ai primi anni del secolo scorso, è un grande potere… del passato. Oggi è un’associazione fra le tante, sia in Italia che all’estero. La Finanza, infine, non è neppure un’istituzione. E’ un mercato aperto, diffuso in tutto il mondo, in cui aziende e individui liberi competono senza mai riuscire a conquistare posizioni dominanti, sia nel breve che nel lungo periodo. Al suo interno vi sono club, gruppi esclusivi, forum, che però servono fino a un certo punto: al loro interno, al massimo, ci si possono scambiare idee. Ma è poi la stessa competizione che prevale. Quel che può essere uno scambio di vedute, in club esclusivi come il Bilderberg o la Trilaterale, nei giorni successivi lascia di nuovo spazio alla concorrenza fra i loro membri, ciascuno dei quali punta, per sopravvivere sul mercato, a massimizzare il suo profitto. Chiesa, Finanza e Massoneria sono del tutto o quasi del tutto assenti nella metà del mondo non libero e non occidentale. L’idea che questi tre “poteri” dominino il pianeta è pura superstizione a cui si può credere solo in modo fideistico. Non c’è alcuna prova, né alcuna dimostrazione possibile, che in segreto queste istituzioni (o non-istituzioni, come la Finanza) siano compatte e mirino al controllo totale. Eppure è proprio l’assenza di prove che fa dire ai ribelli anti-realtà: allora il complotto è reale. Perché è veramente potente solo ciò che non si vede. Come sempre, le teorie della cospirazione sono la diretta derivazione del pensiero religioso, soprattutto quello pagano. Di fronte all’inspiegabile l’uomo attribuisce la causa a un’entità tanto potente quanto sconosciuta che scatena tempeste, o provoca malattie, fa innamorare la gente, o scatena guerre. I pagani del XXI Secolo credono che poche divinità possano muovere i destini del mondo e dell’uomo. Sono apparentemente aperti al mondo, perennemente connessi a Internet, ma in realtà la loro mente è chiusa in questa visione superstiziosa della realtà. E Internet è diventato il loro tempio. Non un’opportunità di informarsi, ma un luogo di culto virtuale in cui predicano e diffondono il loro credo. Credono che i poteri occulti usino dei microchip sottocutanei per controllare l’uomo. Credono che i poteri occulti ci abbiano nascosto l’arrivo degli alieni. Che abbiano inventato l’Hiv. Che abbiano nascosto al mondo che lo sbarco sulla Luna fosse solo una “messinscena”. Che abbiano provocato scientemente l’attentato dell’11 settembre. Che abbiano scatenato i terremoti ad Haiti, in Cina e in Italia con armi segrete. E lo predicano. “Tutto ciò che sai è falso” era il titolo di un best seller dei primi anni 2000. Grillo è riuscito a intercettare questo comune sentire cospirativo e a convogliarlo in un progetto politico.

E’ una rivolta contro la ragione. Se la realtà (pensa il ribelle anti-moderno) la possiamo conoscere solo attraverso l’informazione e l’informazione è manipolata dai poteri forti, il passo successivo è non credere nella scienza. Perché la scienza ha bisogno della realtà, proprio perché la esplora, ne scopre le leggi e suggerisce come interagirvi, attraverso una serie di tentativi ed errori. Se la realtà che conosci è falsa, pensa il ribelle anti-moderno, allora anche la scienza esiste solo come mezzo usato dai poteri occulti per dominare il mondo. La risposta del ribelle è una specie di “volontarismo scientifico”: se la scienza finora ti ha dato una risposta falsa, devi cambiare la scienza. E’ l’esaltazione delle teorie “alternative”. Beppe Grillo, in uno dei suoi spettacoli di successo degli anni ’90, aveva negato l’esistenza del virus dell’Hiv, come abbiamo già detto. Ebbene non ha mai rinnegato il suo negazionismo medico e i suoi elettori, oggi, credono ancora nella sua tesi. L’Hiv, secondo loro, è solo disinformazione per manipolare le coscienze e il comportamento umano. Beppe Grillo, allora, aveva anche suggerito che la cura Di Bella per il cancro potesse funzionare, ma fosse insabbiata e infangata dalle solite multinazionali del farmaco. Oggi non si parla più della cura Di Bella (che si è dimostrata assolutamente inefficace), ma il popolo del 5 Stelle tende, più di tutti gli altri, a non credere nella medicina in senso lato. E a ripiegare su cure alternative, spesso ai limiti (o oltre i limiti) della magia e della ciarlataneria. Alle energie prodotte con metodi tecnologici tradizionali, i grillini contrappongono le energie naturali. Pazienza che una centrale nucleare produca più elettricità di milioni di mulini a vento. Loro vogliono tornare alle pale eoliche, ai mulini a vento. Vogliono tornare all’energia del sole, anche se è la meno produttiva in assoluto. Non lo fanno in base a un calcolo di costi e benefici, ma solo per andare contro a quello che vedono come un pensiero scientifico, dunque manipolato dai poteri occulti. Per lo stesso motivo, pur soffocando nell’immondizia di Napoli, pure i grillini napoletani non vorrebbero mai avere un inceneritore: è troppo moderno, dunque troppo pericoloso, piace ai poteri forti, dunque farà “sicuramente” male al popolo. Non vogliono i treni ad alta velocità (che sono elettrici, dunque pulitissimi), perché sono moderni e cambiano il paesaggio. Pazienza che non si riesca ad avere una linea veloce che ci colleghi all’Europa, perché l’importante è andare contro la presunta “cospirazione” di chi li vuole costruire e far correre. Citano la Germania quale esempio di risparmio energetico, ma dimenticano volutamente che la Germania funziona solo grazie alle sue centrali nucleari (a cui loro si oppongono). Perché l’importante, anche qui, è consumare e produrre meno energia, per tornare a un mondo pre o anti-scientifico.

E’ una rivolta contro la libertà. Se la realtà possiamo conoscerla solo attraverso informazioni manipolate dai poteri forti e la ragione non trova spazio in un mondo in cui la scienza è falsa, anche la libertà individuale (dunque il diritto a usare la propria ragione per esplorare la realtà e crearsi il proprio destino) perde senso. Nella loro visione cospirativa del mondo, i ribelli anti-moderni sono convinti che tutti gli individui siano manipolati o manipolabili dai poteri occulti. La loro risposta è la chiusura nella comunità, per “resistere” ai poteri occulti. Non si parla, in questo caso, di una comunità tradizionale o territorialmente limitata, bensì di una estesa a tutto il mondo grazie alla connessione di tutti con tutti attraverso Internet. Dietro l’apparenza della modernità del Web, si cela, però, l’atavica nostalgia della tribù, a cui gli individui sono vincolati da usi, costumi e tradizioni dettati dalla maggioranza. La polis greca altro non era che una tribù ben organizzata. Quel che Casaleggio vorrebbe, altro non è che una polis estesa su scala planetaria. La libertà e l’individualismo si sono affermati, nei secoli, proprio come ribellione alla tribù. Sfuggendo da ordini chiusi, individui liberi hanno costruito il mondo moderno. Grazie alla modernità, gli uomini si sono moltiplicati numericamente oltre ogni limite prevedibile. Non a caso, in “The Future of Politics”, Casaleggio prevede (e quasi anela a) una prossima Terza Guerra Mondiale che ridurrà a quasi un decimo la popolazione mondiale. Il messaggio è chiaro: siamo destinati, volenti o nolenti, a dover tornare piccoli, meno numerosi, proprio per permettere l’abbraccio del modello tribale, della polis. Nella forma di governo ideale del Movimento 5 Stelle, quella della democrazia diretta, le maggioranze deliberano e le minoranze subiscono. Nel sogno di Casaleggio, è la maggioranza del mondo che delibera in un futuro Stato democratico globale. Nel più limitato disegno del Movimento 5 Stelle, i cittadini di un singolo Stato (l’Italia) devono poter deliberare a maggioranza su ogni cosa, controllando direttamente le istituzioni pubbliche e private. Questo disegno è nemico di ogni forma di pluralismo. Nella nuova democrazia diretta si dissolvono le religioni (perché inquinerebbero l’unità di intenti della “maggioranza”) e tutti i corpi intermedi, i gruppi di interesse economico e di potere politico locale. E’ un totalitarismo che sorge dal basso, come quello sognato nelle utopie di Rousseau e di Marx: in ogni caso, nel macro e nel micro, all’individuo viene negato potenzialmente ogni diritto. In caso di democrazia diretta mondiale non c’è scampo: ognuno, ovunque si trovi, deve adeguarsi a quello che la maggioranza decide per lui.

E’ una rivolta contro il capitalismo. Solo individui indipendenti possono scambiare fra loro come mercanti, godendo di una piena parità di diritti. Il capitalismo non esisteva nelle tribù, dove i beni erano distribuiti fra i suoi membri a seconda di quel che decideva l’autorità. I nuovi primitivi, aspirando a tornare nella tribù, vogliono tornare ad un’economia fondata sulla distribuzione. Vogliono avere un nuovo capo-tribù “democratico” che distribuisca monete, beni e servizi. Non trovando più appigli in teorie ormai obsolete, come il marxismo o il socialismo democratico, stanno ripristinando dottrine elaborate in tempi più recenti, ma ancora più obsolete nei loro contenuti: la “decrescita” e il “cartalismo”. La decrescita è l’ultima (in ordine di tempo) moda originata dalle teorie dell’economista britannico Thomas Robert Malthus. Che, alla fine del XVIII Secolo, sosteneva come le risorse fossero ben presto destinate a finire, constatando che il numero di esseri umani cresceva molto più rapidamente al cibo che li avrebbe dovuti nutrire. Due secoli dopo, gli uomini sono 6 miliardi in più e il numero di morti di fame (rispetto all’epoca di Malthus) è decisamente diminuito. Però Malthus continua ad essere considerato come un profeta anche all’inizio di questo millennio e ispirandosi a lui (oltre che allo scrittore Lev Tolstoj) un gruppo di economisti, capitanato dal francese Serge Latouche, ritiene che si debba andare oltre al maestro. Finora l’economia ha puntato sulla massimizzazione del profitto e sulla crescita della produzione. Ebbene, per i decrescitisti non sono queste le cose che contano, ma altre: i rapporti cordiali, la vita a contatto con la natura e il carattere democratico delle istituzioni. Meno soldi, meno consumo, più felicità. Sulla carta. Proprio a proposito di carta, la “Moderna Teoria Monetaria”, divulgata da blogger di successo come Paolo Barnard, deriva da una dottrina concepita alla fine del XIX Secolo dall’economista tedesco Georg Friedrich Knapp: il cartalismo. L’idea di base è semplice: non hai abbastanza soldi? Stampane di più. Tanto il valore della moneta è “relativo”, svincolato dalla legge della domanda e dell’offerta oltre che da una base aurea. Uno Stato, secondo questa teoria, ha una capacità di indebitamento illimitata, perché per colmare qualsiasi buco nei suoi conti gli basta stampare più moneta. Il cartalismo e la decrescita richiedono un potere totale dello Stato. Il cartalismo prescrive la sovranità monetaria: dare al governo pieni poteri per stampare moneta a seconda delle necessità dei suoi cittadini. La decrescita prescrive un controllo pubblico totale sui cittadini e sui loro costumi, consumi e stile di vita. Strano a dirsi, tendiamo naturalmente a volerci arricchire e a consumare sempre di più. Dunque i decrescitisti sono convinti di doverci rieducare. Alla fine, come tutti i movimenti che negano la realtà, negano la ragione, negano la libertà, il risultato è sempre quello: potere assoluto allo Stato. E non è un caso che il programma economico del Movimento 5 Stelle sia un elenco di nazionalizzazioni, regole, controlli e divieti. Quello che avanza è un nuovo autoritarismo e niente altro.

Era prevedibile una così diffusa rivolta contro la modernità? Assolutamente sì. L’irrazionalismo è sempre stato molto diffuso, sia fra i marxisti che fra i cattolici. Ma è sempre stato celato dietro a una patina pubblica di ragionevolezza. Ora che i freni inibitori sono stati spazzati via dalla crisi economica, l’irrazionalismo sta rotolando giù ovunque, a valanga. Come in un’invasione di zombie, vedi la gente che cambia comportamento, diventa ostile, incontrollabile. Persone insospettabili iniziano a parlarti di complotti mondiali. Persone che credevi di conoscere bene e sulla cui razionalità avresti scommesso, iniziano a parlarti contro la scienza, contro la medicina, contro l’economia, per favoleggiare mondi alternativi. Luoghi comuni sui poteri forti della finanza vengono ripetuti come dei mantra anche da chi lavora in banca e in borsa. Tornano i capri espiatori: gli ebrei, i sionisti, i capitalisti, i massoni sono additati da persone istruite e finora pacate, che però ora ne vogliono il sangue. Anche chi non crede a questa nuova ondata di cialtronate cospirative, inizia ad ammetterne la legittimità. “E se poi avessero ragione loro?” si chiede pure la persona più razionale e pacata. Non mi stupisco affatto che il Movimento 5 Stelle abbia catturato il 25% dei consensi. Mi stupisco, semmai, che non ne abbia catturati di più. Perché il pensiero cospirativo e irrazionale, in questa Italia in crisi, è trasversale: sta dominando a sinistra, domina nella Lega, è già molto diffuso nel PdL e nei suoi alleati di destra. Molti dei nuovi ribelli anti-moderni, molti di questi zombie che camminano fra noi e votano, hanno tracciato la loro croce (dopo aver leccato la matita, magari, credendo di fare una cosa utile contro i brogli) anche sul PdL, sul Pd, sul Sel, sui partiti scomparsi della sinistra massimalista, sulla Lega Nord. Per motivi pragmatici, per dare un “voto utile”, o per affetto nei confronti del proprio partito del cuore. La prossima volta, probabilmente, voteranno Grillo. Non è un caso che anche Berlusconi, la Lega, così come i loro rivali di sinistra, per conservare l’elettorato, hanno dovuto assimilare loro stessi (ma magari ci credono pure) un linguaggio irrazionale e delle argomentazioni cospirative. Non è un caso nemmeno che la critica al Movimento 5 Stelle riguardi i suoi metodi, l’ignoranza dei suoi parlamentari, ma mai il contenuto del suo programma.

Questa tendenza è pericolosa? Certamente sì. Perché mira, appunto, a dare tutto il potere allo Stato. Il che ci farebbe perdere, non solo la nostra libertà, ma anche il nostro benessere. L’Italia sta affogando nel suo statalismo, nel suo debito, nella sua spesa pubblica. Un partito che, una volta al potere, dovesse nazionalizzare, aumentare il debito e aumentare la spesa, ci farebbe regredire al terzo mondo in men che non si dica. E a questo punto sì che si spalancherebbero le porte a una svolta definitivamente autoritaria. Frustrati dall’inevitabile fallimento del modello rivoluzionario, gli italiani potrebbero chiedere un dittatore. Perché, come dimostrano molti esempi nell’America latina, o anche nell’ex Urss, al fallimento dello Stato, la gente che ne è ormai dipendente, reagisce chiedendo ancora più statalismo. Beppe Grillo non è e non sarà mai un dittatore. Sarà, più probabilmente, l’anticamera di una dittatura.

La responsabilità di questa svolta primitivista e potenzialmente autoritaria della politica italiana? Non diamo la colpa all’ignoranza. Gli elettori italiani sono mediamente istruiti, educati, laureati. Non diamo nemmeno colpa alla crisi economica, alla quale si può reagire bene o male, a seconda delle proprie idee. E’ la cultura dominante la responsabile di questa svolta. Marxismo, teorie post-marxiste, cattolicesimo pauperista, dominano nelle parrocchie, nei media, nelle scuole, nelle università. Mentre i nuovi ambienti più colti e creativi sono sempre più attratti dalla new age. Il marxismo nega l’esistenza di una conoscenza pluralista e libera: tutto il pensiero è ideologia creata dalla classe capitalista dominante. Il post-marxismo ritiene che tutta l’informazione, il linguaggio stesso, sia funzionale ai gruppi dominanti. Il cattolicesimo pauperista prende per buoni gli assunti del marxismo e predica il ritorno a società comunitarie, dove i beni vengono distribuiti e non scambiati. La new age, sempre più diffusa, nega la ragione e vuole ribaltare la scienza. In questo humus gli italiani non possono che diventare grillini. Il primitivismo è il riassunto di tutte queste tendenze culturali. Ed ora è pronto a farci tornare indietro, all’età della pietra.

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Barack Obama: la sua rivoluzione collettivista

Come volevasi dimostrare, vinto il suo secondo mandato presidenziale, Barack Obama punta a cambiare il volto degli Stati Uniti. Come Roosevelt negli anni ’40, tenta, nel suo piccolo, a rimettere mano alla Costituzione, a reinterpretandola radicalmente. «Ricordiamo che ciò che tiene insieme questa nazione non è il colore della nostra pelle o i dogmi della nostra fede o l’origine dei nostri nomi – dice Obama, che ha origini kenyote ed è l’incarnazione del sogno americano – Ciò che ci rende eccezionali, ciò che ci rende americani, è la nostra fedeltà a un’idea, articolata in una dichiarazione fatta più di due secoli fa: “Noi riteniamo queste verità di per se stesse evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità”». Benissimo. Ayn Rand, ispiratrice di gran parte del pensiero repubblicano contemporaneo, avrebbe detto esattamente le stesse cose. Ma, a questo punto, fuggendo lei da un regime totalitario, avrebbe coerentemente tratto la conclusione che il sistema americano è l’unico in cui l’individuo può trasformare liberamente in realtà le sue idee, senza essere vincolato da un monarca o da una tirannia della maggioranza. Obama, invece, trae la conclusione opposta dalle chiare parole della Dichiarazione di Indipendenza: «Abbiamo imparato che nessuna unione fondata sui principi di libertà e di uguaglianza potrebbe sopravvivere se l’uomo è metà schiavo e per metà libero. Noi siamo fatti per rinnovarci, per andare avanti insieme. Insieme, abbiamo stabilito che una moderna economia necessita di ferrovie e strade per velocizzare viaggi e commerci, scuole e università per formare i nostri lavoratori. Insieme, abbiamo scoperto che un libero mercato prospera solo quando ci sono delle regole volte a garantire la concorrenza e la correttezza. Insieme abbiamo deciso che una grande nazione deve avere cura per i più vulnerabili, e proteggere il suo popolo dai peggiori pericoli della vita e le disgrazie». La schiavitù di cui Obama parla, evidentemente, non si riferisce alla malnata istituzione abolita da Lincoln 150 anni fa, ma alla “schiavitù” come era intesa da Roosevelt e dai socialisti europei: quella del bisogno, della fame, dell’incapacità di fare liberamente carriera in una società libera. Dove è il problema? Se permetti a una parte di americani di liberarsi dalla “schiavitù” della fame, del bisogno e dell’incapacità di arricchirsi, devi necessariamente imporre la schiavitù (senza virgolette) del prelievo fiscale, della spesa pubblica, della regolamentazione statale e della redistribuzione coercitiva della ricchezza, da chi produce a chi non produce. Per elevare una classe, devi necessariamente porre limiti alla libertà di tutte le altre. Era questo il sogno della Rivoluzione Americana? No, semmai questo era il sogno di tutte le rivoluzioni sociali europee. E queste ultime, come insegna la storia del Novecento, hanno prodotto solo mostri: i regimi totalitari nei casi peggiori, fallimentari socialdemocrazie (che ora mostrano il conto) nei migliori. Obama, nonostante tutto, sceglie questo modello. Parla a nome della libertà. Ma il suo discorso mira all’uguaglianza, a scapito della libertà.

Il presidente si rende conto di proporre un cambiamento radicale e lo dimostra nel suo passaggio successivo: «La nostra celebrazione di iniziativa e d’impresa, la nostra insistenza sul duro lavoro e la responsabilità personale, sono costanti nel nostro carattere. Ma abbiamo sempre capito che quando i tempi cambiano, dobbiamo cambiare anche noi; che la fedeltà ai nostri principi fondatori richiede risposte nuove alle nuove sfide, che preservare le nostre libertà individuali richiede in ultima analisi, l’azione collettiva. Il popolo americano non può più soddisfare le esigenze del mondo di oggi, agendo da solo. Nessuna singola persona può preparare tutti gli insegnanti di matematica e scienze. Avremo bisogno di preparare i nostri figli per il futuro, o costruire le strade e le reti ferroviarie e laboratori di ricerca che porterà nuovi posti di lavoro e imprese sulle nostre coste. Ora, più che mai, dobbiamo fare queste cose insieme, come una nazione e un popolo». Durante la campagna elettorale del 2012, Obama aveva coniato il motto “You didn’t build that” (non lo hai costruito) per veicolare un messaggio profondamente anti-individualista: nessuno può farsi da sé, tutti hanno bisogno di essere inseriti in un’azione collettiva. In questo discorso, il presidente spiega lo stesso concetto in modo ancora più dettagliato. Ribalta la filosofia fondante degli Stati Uniti, secondo cui una società è un insieme di individui e la società sana è quella fatta da individui sani. Per Obama è la società che costruisce e forma gli individui. Dunque lo Stato, facendosi portavoce e agente degli interessi della società, deve porsi alla guida delle azioni individuali, crea dall’alto posti di lavoro, si sostituisce agli imprenditori. Mira alla redistribuzione della ricchezza: «Noi, il popolo, capiamo che il nostro Paese non può avere successo quando alcuni riescono a fare molto bene e un numero sempre più grande di persone invece fatica a fare. Noi crediamo che la prosperità degli Stati Uniti debba poggiare sulle spalle larghe di una classe media emergente. Sappiamo che l’America prospera quando ogni persona può trovare l’indipendenza e l’orgoglio nel proprio lavoro, quando il salario del lavoro onesto libera le famiglie dal baratro di disagio». Ma siamo sicuri che questo sia il segreto del successo del modello americano? Fuggendo dalle monarchie e dalle dittature del Vecchio Continente, milioni di individui di talento hanno costruito il benessere del Nuovo Mondo proprio perché hanno potuto arricchirsi (“fare soldi”, come diceva, senza mezzi termini, Ayn Rand) senza essere costretti a donare gran parte del prodotto della loro fatica a un re, a un dittatore, o a un governo socialista. Non è la redistribuzione della ricchezza, a un’astratta “classe media”, che ha fatto grande l’America. È il talento, la creatività, lo spirito intraprendente dei bistrattati ed egoisti “robber barons” del XIX Secolo che ha reso l’America un Paese dotato di telegrafi, ferrovie, strade, porti e navi a vapore, scuole e università, biblioteche e musei, ospedali e opere filantropiche, più di tutti i concorrenti europei. Le ultime rivoluzioni industriali, quelle del personal computer e di Internet, sono frutto della creatività di talenti individuali che solo in America hanno potuto esprimere liberamente tutto il loro potenziale. È la ricaduta della loro ricchezza nel mercato libero che ha creato la “classe media” e le ha permesso di vivere meglio dei proletari e dei borghesi contemporanei in Europa e nel resto del mondo. Obama lo sa, ma rifiuta di dirlo, al pari di tutta la classe accademica e intellettuale contemporanea americana. Preferisce dare ascolto alla paura e alla frustrazione di milioni di americani colpiti dalla crisi, dando loro in pasto una facile e rassicurante soluzione governativa: “ci penso io a sfamarvi”. A spese di chi? La risposta a questa domanda elementare (che Obama, volutamente, non pone) sarà data dai contribuenti americani nei prossimi quattro anni.

L’Opinione 23 gennaio 2013

Femminicidio: per capirlo, leggi alla rovescia Don Piero Corsi

Dopo mesi di silenzio, di notizie troppo deludenti per essere commentate e di forti delusioni per cambiamenti che non arrivano, il parroco di San Terenzo di Lerici mi spinge a riprendere in mano questo blog. Perché con una sua predica shock e un suo volantino brutale affisso fuori dalla sua parrocchia va a toccare quello che è il male sociale del nostro tempo: il femminicidio. E lo ha fatto nel più assurdo dei modi: dando la colpa alla vittima. Chiedendosi quanto le donne condividano almeno una parte della responsabilità. Per questo (e solo per questo) dovrebbe essere ringraziato.

No… aspettate! Fermi! Riponete le armi!

Non sto dando ragione a Don Piero Corsi, il prete in questione.

Anzi, credo che il suo volantino, tragga le conclusioni esattamente opposte a quelle che dovrebbero essere tratte. Prima di tutto perché finisce per giustificare l’aggressore, il maschio omicida. E, in secondo luogo, perché individua la colpa della donna nel suo essere troppo indipendente, troppo libera, troppo emancipata, troppo “provocatoria”. “Domandiamoci – si leggeva nel suo volantino incriminato – Possibile che in un sol colpo gli uomini siano impazziti? Non lo crediamo. Il nodo sta nel fatto che le donne sempre più spesso provocano, cadono nell’arroganza, si credono autosufficienti e finiscono con esasperare le tensioni. Bambini abbandonati a loro stessi, case sporche, piatti in tavola freddi e da fast food, vestiti sudici. Dunque se una famiglia finisce a ramengo e si arriva al delitto (forma di violenza da condannare e punire con fermezza) spesso le responsabilità sono condivise”.

La realtà è l’opposto. Primo: l’aggressore (e nessun altro) è il colpevole. Nessuna circostanza, nessun comportamento, nessuna parola, giustifica un’aggressione violenta. Secondo: se la donna-vittima ha una colpa, questa sta proprio nella sua mancanza di indipendenza, nell’assenza di libertà e nella sua incapacità di difendersi. La vittima del femminicidio, nella stragrande maggioranza dei casi, non è la ragazza emancipata. Al contrario. Il più delle volte è la donna sottomessa. E’ la ragazza del fidanzato geloso. E’ la donna che viene assassinata perché, troppo tardi, cerca di recuperare un po’ di libertà.

Ma perché quell’uomo bruto, che arriva a stuprare o uccidere la donna, era suo marito, fidanzato, amante fino a quel momento? Sarà per deformazione professionale, sarà per il mio individualismo morale e metodologico, ma anche quando vedo un popolo brutalizzato da una dittatura, mi chiedo sempre e prima di tutto: quanti di questi uomini perseguitati, fino all’altro ieri, osannavano il loro carnefice? Quanti di loro hanno contribuito alla sua presa del potere? Quanti lo hanno accettato almeno passivamente? Erano solo degli illusi? Quando leggo le notizie di cronaca sulle violenze domestiche mi viene di istinto pormi le stesse domande. E purtroppo la risposta è quasi sempre la stessa. Il dittatore del Paese o quello delle mura domestiche, piaceva proprio perché si presentava come un bruto.

Se le donne dovessero mai fare autocritica sul femminicidio, dovrebbero porsi altre domande rispetto a quelle di Don Piero Corsi. Domande che si riassumono in: “perché mi sono innamorata del mio assassino?”. L’ho chiesto a una ragazza, casuale compagna di viaggio, pochi anni fa, che mi confidava la fine disastrosa della sua storia di “amore”: il suo fidanzato la picchiava, la prendeva a cinghiate, non la faceva uscire, non la faceva più lavorare, non la faceva più vivere. Solo quando l’ha mandata all’ospedale, i genitori di lei l’hanno convinta a lasciarlo. Ma se non ci fosse stato l’intervento a gamba tesa della famiglia, a detta sua, lei sarebbe ancora fidanzata col suo torturatore. Perché? Perché era affascinata proprio dal suo essere “uomo duro”. E’ un caso limite? No, perché almeno quella ragazza è arrivata viva a raccontarmi la sua esperienza. Molte altre non ci arrivano, vengono ammazzate prima. Al ritmo di una ogni tre giorni, se non erro.

Non è un caso, ma è la norma. Anche se non si arriva alla tragedia, non è raro vedere donne schiave volontarie di un volgare dittatorello domestico.

Generalizzo? No. Provate a vedere come si comportano gli italiani medi quando vanno “a cuccare” (termine paninaro degli anni ’80 che vuol dire: far conquiste). Vedete qualcuno che si improvvisa poeta? O qualcuno che parla di temi alti? O scambia con la donna ambita le sue più profonde confidenze? Quasi mai. “La donna si annoia con gente simile”, dice la vox populi. Il più delle volte, il maschio all’arrembaggio mi fa vergognare di essere uomo. Chiude in un cassetto cultura e sensibilità, per trasformarsi nel personaggio più volgare di un film dei Vanzina. E più insistente e appiccicaticcio di un venditore di bazaar. Dietro a un volgare e insistente, nella stragrande maggioranza dei casi, si cela un violento. Perché se un uomo è volgare, vuol dire che considera il suo interlocutore un essere inferiore. E se è insistente, vuol dire che è sufficientemente insensibile ai primi, secondi e terzi “no” che subisce dalla sua “preda”.

Questo modello di uomo ha successo anche per una selezione alla rovescia che, troppo spesso, le donne praticano: scambiano la bontà d’animo per debolezza e la prepotenza per forza. E finiscono per mettersi nelle mani del prepotente. La tipica quindicenne liceale confida all’amico: “Tu sì che mi capisci, non come quello stronzo del mio ragazzo”. E non riesce a realizzare che il suo ragazzo è uno stronzo. Un potenziale femminicida.

Il fenomeno è tanto diffuso che Marco Ferradini ci ha dedicato una canzone storica, nel 1981, “Teorema”:

Prendi una donna, trattala male,

lascia che ti aspetti per ore,

non farti vivo e quando la chiami

fallo come fosse un favore

fa sentire che è poco importante,

dose bene amore e crudeltà,

cerca di essere un tenero amante

ma fuor dal letto nessuna pietà.

E allora si vedrai che t’amerà

chi è meno amato più amore ti dà,

e allora si vedrai che t’amerà

chi meno ama è il più forte si sa.

La canzone si conclude con una nota di ottimismo: l’amore non ha regole. Ma ho sempre pensato che Ferradini abbia aggiunto l’ultima strofa solo in “post-produzione”, non credendoci nemmeno lui. Perché il brano che ho citato qui riflette la realtà della stragrande maggioranza delle coppie. Per lo meno qui in Italia.

Sarà l’istinto ancestrale che fa amare alla donna l’uomo cacciatore. Sarà la tradizione del patriarcato che stenta a passare nella nostra civiltà mediterranea. Sarà masochismo, che (a detta degli psicologi) è insito nella psiche femminile. La stessa Ayn Rand, individualista, fiera di sé e moderna, sognava di farsi violentare dal suo eroe Howard Roark ne “La fonte meravigliosa”. Ma alla fine sfugge l’aspetto più semplice, la conclusione più lineare: se ti metti con un violento, da lui aspettati violenza. Fino all’omicidio.

Personalmente, in tutto questo masochismo, vedo solo tanta insicurezza, un’abissale mancanza di autostima, una forte sottovalutazione, da parte della donna, del ruolo che potrebbe e dovrebbe giocare nella società aperta contemporanea. La donna, amando il suo carnefice, dimostra di non essere ancora consapevole della sua libertà. In fondo all’animo sente ancora il cigolio delle catene, da cui non sa o non vuole liberarsi. Solo una donna libera, però, è una donna viva.

Dove ci porterà questa non-rivoluzione siciliana?

Si può fingere di non capire quello che è successo in Sicilia. Crocetta, candidato delle sinistre, canta vittoria, ma “non si accorge” che è stato votato da una piccola percentuale della popolazione della grande isola. Grillo canta vittoria, ma anche lui “non vuol vedere” che la sua è una maggioranza interna ad un’esigua minoranza. Quel che non si vuol vedere o capire è che la maggioranza assoluta (quasi il 53%) dei siciliani ha preferito non votare nemmeno. L’astensionismo non è un segnale di fiducia passiva, come avviene nelle democrazie anglosassoni ormai rodate da secoli. In una nazione irriformabile come l’Italia e nella regione peggio amministrata di questo Paese, cioè la Sicilia, una maggioranza astensionista può voler dire solo una cosa: il rifiuto di collaborare con un sistema ormai putrefatto, dove i partiti politici vanno al potere solo per accaparrare risorse pubbliche e spartirle nella cerchia ristretta dei loro membri e clienti. La maggioranza della minoranza dei votanti ha scelto il Movimento 5 Stelle. E c’è da sospettare che non abbia messo una croce su quel simbolo in forza del suo programma, pieno di contraddizioni (contro lo statalismo, ma anche per lo statalismo, per la liberalizzazione di alcuni settori, ma anche per nuovi divieti da introdurre). Ma lo abbia fatto per mandare un messaggio, forte e chiaro, ai partiti istituzionali. Un messaggio che recita: “andatevene fuori dai piedi, preferisco votare un movimento che vi manda tutti affan**lo” (sostituisci gli asterischi con le lettere che sai già).

La Sicilia ha dunque mandato al Parlamento nazionale una mozione di sfiducia. Ma non la si può chiamare una “rivoluzione”. E’ piuttosto una fuga di massa. Ad essere imploso è il PdL e il suo alleato locale Mpa. Dopo il voltafaccia dell’Mpa e l’implosione del PdL, gli elettori delusi del centro-destra hanno preferito buttarsi su Grillo, oppure, nella maggioranza dei casi, stare a casa. Non c’è ancora nulla che possa sostituire l’offerta, rimasta vacante, del centro-destra. Ma, appunto per questo, non possiamo parlare di rivoluzione.

Non per questo possiamo sminuire il fenomeno.

Una rivoluzione vera è composta da due parti: la distruzione di un vecchio sistema e la costruzione di uno nuovo. Qui manca del tutto il progetto per il nuovo. Non solo in Sicilia, ma anche nel resto dell’Italia. Mettiamo anche che l’attuale classe dirigente, locale e poi nazionale, se ne vada a casa entro la fine del 2013. E poi? Vivremo in un Paese più libero o meno libero? Resteremo nell’Ue o ce ne andremo? L’Italia rimarrà un Paese unito o le regioni più autonomiste se ne andranno? Il grande rifiuto siciliano è comprensibile, condivisibile, ma non aiuta a rispondere ad alcuna di queste domande.

Vediamo di dare noi le risposte più realistiche, allora. Prima di tutto, alla domanda fondamentale: più o meno libertà? La maggioranza degli italiani, purtroppo, crede che nel nostro Paese ci sia “troppa libertà”. Lo si deduce dallo stesso programma del Movimento 5 Stelle, in cui le proposte per l’introduzione di nuovi divieti e controlli “democratici” superano di gran lunga i progetti di liberalizzazione. La democrazia diretta verrebbe usata per punire, vietare, obbligare. Che la tendenza dominante nel Paese sia liberticida lo si capisce anche da una svolta autoritaria che accomuna tutti i grandi partiti nazionali. Nel Partito Democratico, solo Renzi promette una maggior libertà (e sempre nei limiti del socialismo economico), ma è difficile che vinca le primarie. Il popolo di sinistra vuole sangue: dei “poteri forti”, degli “evasori”, dei “corrotti”, dei “ricchi”. Che vinca Bersani, o addirittura Vendola (ma sarà difficile, dopo la botta che si è preso anche lui in Sicilia), noi avremo una sinistra fortemente dirigista. La destra non è messa meglio. La Lega Nord ha sposato da un pezzo il ruolo di partito autoritario di destra sociale: secondo la loro visione della politica, lo Stato (nazionale o locale, non cambia la sostanza) dirige l’economia e vieta comportamenti ritenuti immorali. Nel PdL la “L” sta ancora per “Libertà”, ma ormai è solo una vuota etichetta. Troppo categorico? No, basta guardare all’ultima esperienza di governo di centro-destra: tre anni di maggioranza assoluta hanno portato a 0 liberalizzazioni, 0 privatizzazioni e 0 tagli fiscali. Il PdL non predica nemmeno più una liberazione del Paese, ma un “governo dei moderati”. Definirsi “moderati”, specialmente in un sistema politico disfunzionale che dovrebbe esser ribaltato da cima a fondo, vuol dire solo mantenere lo status quo. Che Berlusconi se ne vada, finisca in galera o torni in politica, ormai, non fa più alcuna differenza: il berlusconismo della “rivoluzione liberale” è morto e sepolto da anni.

Quel che fa più impressione è l’assenza di un’offerta liberale nei nuovi partiti. Dopo molte attese di una discesa in campo di Luca Cordero di Montezemolo, il suo movimento Italia Futura ha partorito un documento vago dai toni conservatori. Tra i firmatari e i gruppi che aderiscono troviamo tutti i cardini del vecchio sistema italico: associazionismo cattolico, grandi sindacati (la Cisl, nello specifico) e grandi imprenditori (Montezemolo stesso). Sono tre fra i maggiori gruppi di interesse che hanno voluto tenere in piedi un sistema corporativo, Stato-centrico, altamente burocratizzato, centralista e sorretto solo da una leva fiscale oppressiva. E’ difficile, se non impossibile, che una compagine di questo genere possa desiderare maggiore libertà economica e personale per gli italiani. Resta, allora, Fermare il Declino, attualmente l’unica forza in campo che proponga maggiore libertà. Potrà farcela con le sue sole forze? Bene che vada, sarebbe una minoranza, o addirittura una nicchia, considerando l’oscuramento imposto dai media nazionali e la natura dei suoi elettori (gente che lavora sodo e non ha tempo di fare attivismo volontario). Mi piacerebbe votare Forza “Evasori” di Leonardo Facco: l’unico che abbia un programma integralmente libertario. Ma arriverà almeno a presentare le liste? Sarò cieco, ma non vedo in giro tutti questi libertari. Anzi, parlando con gente che già si considera “liberale”, mi sento spesso dire che Fermare il Declino è già troppo “estremista”. Figuriamoci cosa penserebbero di un movimento ancora più anti-statalista, con un nome così provocatorio. La tragica realtà è che gli italiani vogliono più Stato. Non lo considerano affatto come il problema: lo vedono come una soluzione. Lo dimostra anche una cifra inequivocabile: il 75% degli italiani voterebbe per Obama, se vivesse in America. Questo vuol dire che i due terzi degli italiani pensano che gli Stati Uniti di oggi siano già “troppo liberi” e li vedrebbero meglio se fossero più socialisti.

Abbiamo dunque risposto alla prima domanda: se venisse archiviata l’attuale classe dirigente, l’Italia che ne verrebbe fuori sarebbe ancora meno libera.

Cerchiamo di rispondere alla seconda domanda che ci siamo posti: se venisse spazzato via questo sistema di partiti, il prossimo ci terrebbe dentro l’Ue o fuori? Sicuramente la china che stanno prendendo i grillini, la crescita dell’astensionismo (contro partiti europeisti) e le dichiarazioni non ufficiali in seno al PdL e alla Lega Nord, fanno capire che, ormai, solo la sinistra è affezionata all’Europa. E anche quella, con sempre meno convinzione. Uscire dall’euro sta diventando un mantra. L’odio contro le istituzioni di Bruxelles e gli Stati-guida dell’Ue (prima fra tutte la Germania) cresce a destra come a sinistra.

Uscire dall’Unione Europea può essere un’idea molto liberale (come nel caso dell’Ukip e di gran parte dei Conservatori nel Regno Unito), oppure molto nazionalista. Anche Alba Dorata, in Grecia, vuole staccarsi da Bruxelles, ma non la possiamo certo definire liberale: sono neonazisti belli e buoni. Odiano l’Europa perché la ritengono già troppo democratica e liberale. Vorrebbero una Grecia autoritaria e chiusa al resto del mondo. Ebbene: l’anti-europeismo che sta crescendo in Italia è più simile a quest’ultima natura che non all’euroscetticismo liberale dei britannici. E’ puramente nazionalista e ancor più liberticida delle istituzioni di Bruxelles. Anche chi propone di uscire dall’euro, in Italia, non lo fa certo pensando alle tesi di Friedman: non ritiene che l’euro sia una moneta troppo “politica”, costituita per motivi ideologici (l’unificazione del continente) ed estranea alle logiche del mercato valutario. Chi propone di uscire dall’euro, in Italia, lo fa pensando alla vecchia lira. Ha nostalgia dell’iper-inflazione degli anni ’80, quando “stavamo tutti bene” al di sopra delle nostre capacità reali. In sintesi, chi propone di uscire dall’euro, vuole una valuta ancora più “politica”. E ancora meno libertà del mercato monetario.

Abbiamo dunque risposto alla seconda domanda: una volta spazzata via l’attuale classe dirigente, l’Italia uscirebbe dall’Ue, o per lo meno dall’euro. Ma sarebbe peggio.

Terza domanda: crollato questo sistema politico, l’Italia resterà unita o si dividerà? In Sicilia, dove è iniziato il nostro discorso, era nato un movimento semi-indipendentista, quello “dei forconi”. Ma si è esaurito dopo le prime proteste. Vista la fragilità dell’episodio, è realistico attendersi un secessionismo serio nell’isola a tre punte? Nel Nord, la Lega può anche tornare su posizioni indipendentiste. Ma l’esperienza degli ultimi 11 anni suggerisce che non creda più nel secessionismo. Poteva ancora illudere qualcuno prima del 2001, ma dopo il suo ingresso in ben due governi nazionali, dove si è battuta per la conservazione dello status quo…

Anche sul secessionismo (così come sull’eventuale uscita dall’Ue), poi, resta il solito dilemma della libertà: uno Stato che riesca a uscire dall’Italia sarebbe più o meno libero rispetto a quel che abbiamo adesso? E’ una bella incognita. Non possiamo sapere come saranno eventuali secessionismi futuri. Ma finora, quelli che sono emersi (a partire dalla Lega Nord) sono stati sempre liberticidi o lo sono diventati. La Lega era libertaria solo nei suoi primi anni di vita, quando attirava i consensi della protesta fiscale. Da almeno un decennio, come abbiamo già detto, è uno dei partiti più reazionari d’Italia. Coloro, fra i leghisti, che ancora credono nella secessione, vogliono separarsi dal “Bel Paese” solo perché lo considerano già troppo moderno e liberale. Vorrebbero non obbedire più a Roma, ma non odiano tanto il governo nazionale (di cui hanno fatto parte sino all’anno scorso), quanto le “banche” e il “potere usuraio mondiale” che (secondo loro) muoverebbero i fili dietro le quinte. Se riuscissero a creare i loro nuovi Stati, in Padania, o in alcune regioni del Nord, non vorrebbero farne una nuova Svizzera o Estonia, ma una sorta di Repubblica Sociale Italiana: autarchica, con banche e aziende controllate dallo Stato, con una moneta stampata dal governo e con un settore pubblico ancor più invadente dell’attuale, ma riservato ai soli cittadini di “etnia” padana. Questo è quel che è diventata la Lega. Inutile farsi illusioni. E i movimenti indipendentisti che sono il frutto delle sue numerose scissioni (sia in Lombardia che in Veneto) sono, purtroppo, i figli ideologici dell’originale.

Abbiamo dunque risposto, purtroppo, anche alla terza domanda. Se venisse spazzata via questa classe dirigente, quasi certamente l’Italia rimarrebbe unita. Se dovesse staccarsi una regione, quella regione sarebbe, con tutta probabilità (viste le forze secessioniste in campo e i loro programmi) ancor meno libera dell’Italia di oggi.

L’assenza di una nuova offerta liberale e la deriva autoritaria dei partiti esistenti sono già una fotografia lucida degli italiani del 2012. Un Paese in cui la cultura prevalente tende a dare la colpa della crisi ai privati: agli evasori, a non ben precisati “speculatori”, alle banche, ad oscuri “poteri forti” stranieri. Una nazione così accanita nel suo odio contro il capitalismo non può che chiedere maggiori poteri per lo Stato. Se non una dittatura bella e buona.

Tranquilli, la colpa è sempre dell’Occidente

La nuova ondata di violenze contro gli Usa compie oggi la sua prima settimana. Invece di affievolirsi, si sta gonfiando ed estendendo. Dal Marocco all’isola di Sumatra, in un delirio catartico collettivo, masse di islamici di tutte le etnie bruciano bandiere a stelle e strisce e inneggiano alla morte degli americani. Un ambasciatore (in Libia) ci ha già lasciato la pelle. Altri innocenti hanno perso la vita. La conta dei morti è ancora tutta da fare. Significativamente questa ondata di grande violenza è iniziata l’11 settembre, nell’11mo anniversario dell’attacco al cuore dell’America.

Non c’è un nemico particolare contro cui i fondamentalisti islamici si scatenano: è l’idea della civiltà moderna in senso lato che fa perdere loro la testa. Non accettano la separazione fra legge e religione, fra Stato e religione, fra scienza e religione, fra economia e religione. Per loro, tutto deve essere dettato da leggi coraniche, dettate da Dio. Qualunque cosa esuli, in qualunque parte del mondo, deve essere distrutta. Qualsiasi occasione è buona per farcelo capire. Stavolta hanno scelto, quale pretesto, un oscuro video semi-pornografico che osa parlare di Maometto, fatto da un regista e da attori di serie B, del sottobosco di Los Angeles. Il filmetto amatoriale era in rete, a quanto pare, da almeno 3 mesi. Gli integralisti hanno montato ad arte il caso, facendolo girare sui loro circuiti (e lanciando appelli alle piazze più infiammabili) nei tre giorni precedenti l’11 settembre. Ma parlare solo di fondamentalisti sarebbe riduttivo. Essi non galleggiano nel vuoto, ma sanno di godere del consenso di masse di popolazione pronta a scatenarsi contro tutto ciò che sa di “Occidente”, non appena qualcuno dà il segnale. Qualunque cosa, che sia un libro, un video, una vignetta, un gesto simbolico, può scatenare l’ira funesta di milioni di musulmani in tutto il mondo. Un mese fa, a Islamabad, una bambina di 11 anni è stata accusata di aver strappato delle pagine del Corano. Seicento cristiani sono dovuti fuggire dalle loro case per evitare il linciaggio di masse inferocite di musulmani. Quel che sta accadendo agli Usa, in questi giorni, è la stessa cosa, ma più in grande, un pogrom su scala planetaria. Qualunque cosa può servire da scintilla all’incendio sempre latente dell’odio anti-cristiano e anti-occidentale. Basta un predicatore di una piccola chiesa in Florida che annunci di voler bruciare una copia del Corano. Bastano notizie (neppure confermate) che un’altra copia del testo sacro sia stata bruciata nella prigione di Bagram. Basta che, in una lezione di teologia all’università di Ratisbona, il Papa faccia riferimento all’Islam in modo non gradito ai fondamentalisti. Basta una vignetta su un giornale danese. O una maglietta indossata da un politico italiano. O un referendum sui minareti in territorio svizzero. Qualsiasi cosa può fungere da detonatore. E’ impossibile salvarsi, a meno di non adottare, dalla A alla Z, la legge coranica, come in Arabia Saudita.

Nessuno dovrebbe stupirsi, ormai. Il fenomeno non è affatto nuovo. Quel che stupisce e lascia pietrificati è la reazione dell’Occidente. E degli Stati Uniti in particolare. Una reazione che fa meditare su due aspetti. Prima di tutto: con quanta facilità gli occidentali si auto-accusano. E, secondo: con quanta facilità si butta al macero la libertà di espressione. I due aspetti del problema sono strettamente collegati, due sintomi dello stesso male.

La facilità con cui gli occidentali accusano, prima di tutto, la loro stessa cultura e i loro governi, è ben visibile già dall’11 settembre. E’ l’unico episodio storico in cui il negazionismo vince. Attualmente, le più strampalate teorie complottiste (purché puntino il dito sugli Usa o Israele) superano numericamente le cronache basate sui fatti e sulle prove. Dopo l’11 settembre si è scatenata una tale foga anti-occidentale da sovrapporre un teorema alla stessa realtà, che pure era lampante e sotto gli occhi di tutti. Questo fenomeno si ripete ancora e ancora e ancora… nel caso delle violenze anti-occidentali di questa settimana, ad esempio, il 99% dei media le chiama “Protesta contro il film su Maometto” e il 99% dei servizi, in tutti i media, parlano di quell’oscuro video come della “causa” delle violenze, dando retta, in questo modo, ai fondamentalisti islamici che istigano le piazze. A nessuno sfiora il dubbio che quel video (che quasi nessuno ha visto) sia solo un pretesto come tanti altri? Verrà anche in mente, ma non si dice. Nel linguaggio politicamente corretto, la causa della violenza è sempre in Occidente, quella islamica è solo una reazione. E così vediamo che l’Intifadah, nella versione politicamente corretta, è scoppiata “a causa” della passeggiata di Sharon nella spianata del Tempio. In ogni azione di guerra in Medio Oriente, prima si dà la notizia dei raid israeliani e solo dopo si dice quale atto terroristico li abbia provocati. Il terrorismo in Occidente è sempre spiegato come una “risposta” a politiche occidentali. La guerra in Iraq, invece, come un atto di aggressione unilaterale e immotivato degli americani. Regna sempre, insomma, una “presunzione di colpa” occidentale. Governa in modo totalitario, su tutti i media, una propaganda alla rovescia, dove non sono tacitate le voci critiche, bensì quelle favorevoli ai propri alleati, al proprio governo e ai propri valori. Un esempio lampante di questa propaganda lo dà Hollywood. Gira e rigira, la morale di tutti i film di cassetta è l’occidentale bianco cattivo che viene sconfitto dal selvaggio buono (vedi Avatar), o la spia occidentale inefficiente che viene surclassata dal collega bravo arabo (vedi Nessuna Verità), oppure il servizio segreto cinico occidentale che crea il nemico (vedi The Veteran), o la brava spia che getta la pistola perché la guerra al terrorismo è inutile (vedi Munich). La cinematografia dell’Iran e di altri regimi jihadisti non sarebbe in grado di produrre tanta e tale propaganda anti-occidentale (ps: ci sta pensando Oliver Stone a confezionare un bel film di propaganda iraniana pro-Ahmadinejad). I film dicono più di mille analisi, perché attraverso la fantasia di registi e sceneggiatori ci fanno toccare con mano quali siano i trend culturali del momento. Vedendo le pellicole più in voga, deduciamo che i nostri intellettuali, ormai, sono convinti di vivere sotto un sistema di governo totalmente inaccettabile. E che qualsiasi nemico esterno sia una bazzecola rispetto a quel maledetto “1% che governa noi 99%”. Gli intellettuali occidentali più in voga hanno perso del tutto l’idea di essere in una democrazia liberale. Sono convinti, in modo sempre più paranoico, di vivere sotto una dittatura camuffata da democrazia. I dittatori sarebbero gli uomini della grande finanza (“poteri forti”), i politici i loro front-men. Nulla di nuovo: Marx, Lenin e Mussolini dicevano le stesse cose. Gli intellettuali di oggi e i loro cantori ragionano nello stesso modo, solo in termini un po’ più aggiornati. Non solo domina l’idea che l’Occidente sia sottoposto ad una dittatura segreta, ma vi è anche la convinzione storica che l’Occidente sia sempre stato il dominatore, lo sfruttatore e il distruttore del resto del mondo. In Europa prevale la storiografia marxista, anche dopo la caduta dell’Urss. E ben si accompagna con larga parte di storiografia cattolica e protestante, che segue le stesse linee interpretative di quella marxista, quando si tratta di confrontare l’Occidente con il resto del mondo. Secondo questa storiografia, l’Occidente porta una colpa indelebile nel suo periodo imperialista e colonialista. E oggi deve pagare. Si potrebbero dire giusto un paio di cose sulla scorrettezza di una tesi del genere. Ma non è questa la sede adatta per farlo. Qui basta constatare che gli intellettuali post-moderni, convinti di vivere sotto una dittatura nascosta e altrettanto convinti di essere dalla parte storicamente più malvagia del mondo, oggi gongolano nel vedere le masse islamiche che bruciano le bandiere americane. Come sempre, nelle tendenze culturali, pochi filosofi sono convinti fino in fondo delle loro idee, tutti gli altri intellettuali ne assorbono, però, lo spirito e lo trasmettono al resto della società. Sotto forma, appunto, di film, di notizie date in un certo modo, di lezioni nei licei e nelle università. Quindi è chiaro che l’istinto, oggi, porti ad identificare nell’Occidente la causa di queste violenze anti-occidentali. Anche se, in questo caso, il pretesto per scatenarle è talmente stupido (un video amatoriale su YouTube…) che non ci crederebbe neppure Al Zawahiri.

La seconda reazione occidentale che lascia di sasso è la facilità con cui si vuol cestinare la libertà di espressione. Oggi l’unica proposta concreta pronunciata dai politici occidentali è: censurare ogni eventuale offesa all’Islam. Ed è direttamente collegata con quanto detto qui sopra: se un intellettuale è convinto che l’Occidente sia il male e abbia colpe storiche nei confronti di tutto il resto del mondo, agli occidentali può e deve essere messo il bavaglio. Qualsiasi manifestazione di orgoglio (nazionale, cristiana o occidentale in senso lato) viene bollata col marchio di infamia di “istigazione all’odio”. Qualsiasi legittima preoccupazione per le violenze che stiamo subendo o potremmo subire, col marchio altrettanto infamante di “islamofobia”. Un’accusa che, secondo i Paesi dell’Oci (Organizzazione della Conferenza Islamica), deve diventare reato. E’ chiaro che, se il nemico siamo noi, additare un altro nemico svia l’attenzione dalla vera lotta… Il bavaglio, comunque, nella maggior parte dei casi viene posto come forma di compensazione. Siccome i teorici del terzomondismo non riescono ad ottenere un risarcimento in denaro delle “vittime del colonialismo”, ciò che predicano e ottengono è almeno quello di far tacere gli ex colonialisti. Qualsiasi commento su culture e religioni non occidentali, se non è contenuto entro canoni rigidamente auto-accusatori, è passibile dell’accusa di “arroganza” occidentale. Anche produrre un filmino di 13 minuti con attori porno di serie B può passare per “arroganza occidentale”. I terzomondisti, purtroppo per noi, sono rigidamente collettivisti. Quindi non vanno a cercare i colpevoli da processare fra i generali francesi che hanno massacrato algerini, o fra gli ufficiali portoghesi che hanno torturato e ucciso angolani, o fra quei belgi che hanno sfruttato fino alla morte il lavoro forzato dei congolesi. No: i terzomondisti vogliono punire l’Occidente in quanto collettività, indipendentemente dalle responsabilità individuali. Anche se l’Occidente è Svizzera, che non ha mai avuto colonie. O se l’Occidente è abitato da persone della mia età, nate dopo la fine di tutti gli imperi coloniali. I veri terzomondisti sono convinti che il commercio con i Paesi in via di sviluppo sia, in realtà, una nuova forma di colonialismo. Non capendo la differenza fra potere economico (scambio) e potere politico (coercizione), sono convinti che le multinazionali siano la maschera dei nuovi imperialismi. Visto che non possono farmi pagare un risarcimento in denaro, almeno vorrebbero che io tacessi le mie critiche alle culture non occidentali. E così facendo, la libertà di espressione viene gettata nella spazzatura con inconsapevole facilità.

E inizia ad essere considerato “normale” che per punire uno sconosciuto regista (che non ha ferito o ucciso nessuno) venga ammazzato l’ambasciatore del suo Paese.

La buona politica estera oggettivista (FAQ)

Dopo l’11mo anniversario dell’11 settembre, è giusto ritornare a riflettere sulla politica estera oggettivista. Ayn Rand, nei suoi romanzi e libri di filosofia ha detto tantissimo sulla politica estera (ovviamente: è una branca fondamentale di ogni filosofia politica), ma non ha mai elaborato una sua dottrina completa. Ha detto apparentemente tutto e il contrario di tutto. E suoi allievi, di conseguenza, dicono cose che spaziano dal taglio alla spesa militare a discorsi da dottor Stranamore sulla necessità di distruggere il nemico (civili inclusi) con le armi atomiche, dai discorsi isolazionisti contro gli interventi umanitari all’appoggio alle politiche neocon di regime change. Quel che mi preme, qui, è mettere un po’ di ordine in questo caos. E dimostrare che non c’è incoerenza fra il marasma di interventi della Rand e dei suoi seguaci contemporanei, ma c’è un unico filo conduttore, un’unica dottrina. Farla conoscere è importante, per tutti. Se non altro, una volta che la conoscerete, non mi insulterete per cose che non penso. (potrete continuare a farlo, ovviamente, ma solo per le cose che penso realmente).

Per essere chiaro e non prolisso,visto che l’argomento è molto vasto, ho deciso di scriverlo sotto forma di Faq, domande e risposte più frequenti.

D: La politica estera oggettivista ha princìpi?

R: Decisamente sì. L’etica oggettivista parte dall’assunto che l’uomo abbia bisogno di princìpi morali quale sua guida per scoprire la realtà. Di conseguenza anche la politica estera oggettivista si basa su princìpi morali. In questo si differenzia radicalmente dalla visione “realista” della politica estera (come quella di Machiavelli, Metternich o Bismarck), quella secondo cui l’azione del governo non deve essere vincolata da princìpi, ma deve adattarsi alle circostanze.

D: Chi è l’attore della politica estera?

R: Lo Stato è il monopolista legittimo della violenza, secondo la filosofia politica oggettivista. Dunque l’attore della politica estera a cui si farà riferimento, d’ora in avanti, è lo Stato.

D: C’è un principio fondamentale della politica estera che lo Stato deve seguire?

R: Sì, uno soltanto. Difendere i propri cittadini. E’ l’unico compito realmente legittimo di uno Stato

D: La difesa dei cittadini e della loro incolumità richiede compromessi?

R: No. Qualsiasi compromesso è incompatibile con la sicurezza. Non vale il discorso “ne sacrifico alcuni per il bene della maggioranza”, perché tutti godono dello stesso diritto ad essere protetti. Uno Stato che sacrifica alcuni suoi cittadini per salvarne altri, viene meno al suo compito fondamentale. Il semplice pagamento di un riscatto può salvare le vite degli ostaggi (ma le si può salvare, anche più onorevolmente, tentando un blitz militare), ma incoraggia i sequestratori a colpire di nuovo e avalla moralmente il loro atto criminale. Questa logica, su larga scala, porta ad aberrazioni morali come il “Lodo Moro”, con cui si garantiva ai terroristi palestinesi il libero uso del suolo italiano in cambio della relativa incolumità dei cittadini italiani (categoria dalla quale, evidentemente, erano esclusi i cittadini italiani di religione ebraica). Anche in questo caso il compromesso salva la vita degli italiani subito (e anche qui fino a un certo punto), mettendola in pericolo nell’immediato futuro: perché si avalla moralmente l’attività criminale di gruppi terroristi, chiaramente contrari alle nostre leggi, sul nostro territorio. Se questo discorso vale per il terrorismo, a maggior ragione vale per conflitti più ampi. Nella difesa da un nemico esterno, uno Stato non deve cedere deliberatamente porzioni di territorio abitate da suoi cittadini. Non deve scegliere politiche di deliberata vulnerabilità (contro una minaccia nucleare, per esempio) per dar “segnali di fiducia” al potenziale nemico. E, soprattutto, non deve cedere tutta o parte della sicurezza ad enti esterni come alleanze o istituzioni sovranazionali. Nel nostro caso, sarebbe assolutamente immorale cedere la gestione della nostra difesa all’Unione Europea, alla Nato o all’Onu. Qualsiasi difesa collettiva, infatti, finisce per compromettere la sicurezza degli uni a vantaggio di altri. La protezione dei propri cittadini, al contrario, deve passare sopra a qualsiasi altro principio e non deve essere sminuita da alcun rapporto o alleanza con altri Stati.

D: Quali mezzi può usare, legittimamente, uno Stato per proteggere i suoi cittadini? Esiste una reazione “sproporzionata” all’offesa?

R: Qualsiasi mezzo. E non esiste alcun principio di proporzionalità. Il parametro è la sicurezza, che deve essere la più completa possibile. Lo Stato, per difendere i suoi cittadini, ha diritto a usare qualsiasi mezzo necessario. La scelta degli strumenti più adatti è dettata solamente dalla natura della minaccia. Se il nemico è una rete globale di terroristi, gli strumenti e i metodi necessari alla difesa consisteranno in: uccisioni mirate dei leader terroristi, infiltrazione delle cellule, arresti in patria e all’estero di elementi sospetti. Eventualmente, anche la tortura può risultare necessaria e in questo caso sarebbe perfettamente legittima. Se il nemico è un regime, ben identificabile, che sponsorizza il terrorismo contro i miei cittadini, i metodi cambiano: meglio puntare al regime change, il cambio di regime. Dal suo interno (finché possibile) o con un’invasione (quando non sia possibile un’insurrezione interna). Se il nemico è uno Stato che possiede armi atomiche, la mia difesa migliore sarà uno scudo anti-missile. Integrato, però, da una forte capacità di risposta nucleare, se la difesa non dovesse risultare sufficiente.

D: Tutti i cittadini possono essere messi sotto controllo nel nome della lotta ad un nemico interno?

R: No. Tutti i diritti, a partire dalla libertà e dalla proprietà privata, devono essere rigorosamente rispettati. Solo nemici (interni o esterni che siano) indiscutibilmente riconosciuti tali, possono e devono essere legittimamente combattuti.

D: Tutti i cittadini possono essere chiamati obbligatoriamente alla difesa?

R: No. L’unico esercito legittimo è quello costituito da volontari retribuiti. La leva militare obbligatoria è una nuova forma di schiavitù. Uno Stato non può legittimamente chiedermi di morire.

D: In guerra è bene distinguere fra combattenti e civili innocenti?

R: E’ una distinzione secondaria. In guerra si deve distinguere, prima di tutto, fra aggredito e aggressore. L’aggredito ha diritto di difendersi con tutti i mezzi necessari, compresi quelli che (soprattutto in un conflitto nucleare) sono destinati a provocare inevitabilmente danni collaterali su strutture e persone non combattenti. E’ dovere dello Stato, prima di tutto, proteggere la vita dei suoi cittadini e dei suoi soldati. Non è un suo compito quello di proteggere la vita di cittadini stranieri in territorio nemico. Principio di responsabilità vuole che, se ci vanno di mezzo civili non combattenti, la responsabilità non sia dell’aggredito (che sta difendendosi), ma dell’aggressore, che ha deliberatamente esposto i suoi civili al pericolo. Giusto per fare qualche esempio: è Mussolini il responsabile della morte di migliaia di civili italiani sotto i bombardamenti anglo-americani. E’ Arafat il responsabile della morte di migliaia di civili palestinesi morti nelle rappresaglie israeliane. Accusare il difensore di “difendersi troppo” è un abbaglio morale dalle conseguenze gravissime.

D: E’ lecito invadere e occupare territori stranieri?

R: Solo ed esclusivamente in un caso: se è lo Stato straniero l’aggressore e il difensore, respingendolo, occupa interamente o parzialmente il territorio nemico. (ps: l’attacco preventivo è da considerarsi, a tutti gli effetti, come una difesa. Dunque Israele ha legittimamente occupato pezzi di Siria, Giordania ed Egitto nel 1967). L’occupazione è comunque da intendersi come provvisoria e volta alla sicurezza dei propri confini. Per i cittadini dei territori occupati valgono gli stessi diritti di tutti. L’occupante li deve trattare alla stregua dei propri, avendo assunto il monopolio sulla loro protezione, sia pur provvisoriamente.

D: E’ legittimo usare la forza militare per difendere le proprie risorse naturali, oltre che i propri cittadini?

R: Solo se queste risorse sono un bene fondamentale per la sopravvivenza fisica o economica dei suoi cittadini. Sono da considerarsi “sue” (cioè: appartenenti ai suoi cittadini) se sono state scoperte da un cittadino di quello Stato. Anche se dovessero trovarsi dall’altra parte del mondo o eventualmente (in futuro) su un altro pianeta, sarebbero comunque sue risorse, degne di essere difese con le armi, se dovessero essere sequestrate o minacciate di sequestro. Per fare qualche esempio: Israele ha avuto pieno diritto a usare la forza contro la Siria e la Giordania, che minacciavano di negare l’acqua agli israeliani. Gli Usa hanno avuto pieno diritto ad intervenire con la forza contro l’Iraq, nel momento in cui Saddam intendeva negare loro l’approvigionamento di petrolio. Fu legittimo l’intervento (solo politico) britannico contro il regime iraniano di Mossadeq, che sequestrò i pozzi britannici. Fu illegittima qualsiasi nazionalizzazione forzata (da parte di Iraq e Iran, soprattutto) di campi petroliferi britannici e statunitensi. In quei casi, un loro intervento armato sarebbe stato perfettamente legittimo.

D: E’ legittimo un intervento umanitario contro un regime che stermina i suoi cittadini, anche se non costituisce una minaccia per i tuoi?

R: Non è mai legittimo, per quanto vasto sia il crimine a cui si sta assistendo. Uno Stato viene meno al suo dovere fondamentale, se mette a rischio la vita dei suoi cittadini al fine di salvare quella di cittadini stranieri all’estero.

D: E’ più legittimo usare il “soft power” o lo “hard power”?

R: Il “soft power” è solo frutto di seghe mentali degli analisti. Se vuoi proteggere i tuoi cittadini devi avere le armi e i soldi per farlo. Se poi risulti antipatico (dunque non hai “soft power”) non è affatto importante. Meglio essere vivi e antipatici, piuttosto che morti e simpatici. Quindi, se devo scegliere a chi pagare le tasse per ricevere protezione, preferisco pagarle a un Chuck Norris piuttosto che a una Jane Fonda.

D: E’ meglio aumentare o ridurre le spese militari?

R: Il criterio centrale deve sempre e comunque restare la sicurezza, non la quantità di spesa militare. Dipende da quanto i cittadini sono esposti al rischio. Se il rischio dovesse aumentare in seguito ai tagli, meglio non tagliare. Se la sicurezza è già a rischio, è anche lecito aumentare la spesa militare, sinché non si raggiunga un sufficiente grado di sicurezza. Saranno i militari a decidere, non i ragionieri, tanto per esser chiari.

D: E’ giusto vendere le armi ad altri Stati o cittadini stranieri?

R: Il commercio di armi leggere, utili alla difesa personale, deve essere libero, sia all’interno che all’esterno dei miei confini. Lo Stato deve mantenere il monopolio sulle sole armi da guerra (dalla mitragliatrice fino alle armi nucleari). E solo su queste il commercio interno deve essere proibito e quello internazionale limitato.

D: A chi si possono legittimamente vendere armi da guerra?

R: A tutti gli Stati che non costituiscono una minaccia diretta alla sicurezza dei miei cittadini. A tutti i gruppi non statuali (rivoluzionari, guerriglieri ed eserciti irregolari) che combattono contro Stati che costituiscono una minaccia diretta alla sicurezza dei miei cittadini. Non possono essere vendute solamente agli Stati, o agli attori non statuali, che minacciano la sicurezza dei miei cittadini.

D: E’ legittimo stipulare alleanze?

R: La condizione ideale è la neutralità. Un’alleanza è legittima, solo se la neutralità non può essere ragionevolmente difesa dall’aggressione di un nemico esterno. E’ perfettamente legittimo, dunque, l’ingresso del Belgio (invaso 2 volte in 20 anni) nella Nato. Legittimo anche l’ingresso dell’Italia nella stessa Nato, considerando che nel 1949 non avremmo avuto possibilità di difenderci da una possibile invasione sovietica. Meglio, comunque, un’alleanza provvisoria ad una permanente. Quest’ultima può indurre a scendere a compromessi sulla sicurezza dei propri cittadini. Meglio ancora un’alleanza che lasci ampia autonomia di difesa rispetto ad una più vincolante.

D: E’ legittimo avere rapporti diplomatici con chiunque?

R: No, non con tutti. Per avere un rapporto diplomatico con uno Stato, devi prima riconoscerne la legittimità. E non tutti gli Stati devono essere considerati legittimi. Non sono un libertario, che considera tutti gli Stati come enti criminali, ma riconosco la natura criminale di molti Stati tuttora esistenti. Nella definizione di Ayn Rand, uno Stato criminale è quello che: a) sequestra la proprietà privata ai suoi cittadini b) nega la libertà di espressione c) non permette loro di scegliere il proprio governo con elezioni libere e regolari. Tutti i governi (compresi quelli democratici liberali) talvolta seguono comportamenti da Stato criminale (soprattutto per quanto riguarda il sequestro della proprietà privata, in Italia non siamo messi proprio bene), ma lo Stato criminale è quell’entità che esercita tutte e tre queste forme di repressione simultaneamente e in modo sistematico. Pressoché tutti i regimi autoritari e totalitari rientrano nella categoria di Stato criminale. Con essi non è legittimo tenere rapporti diplomatici, né stringere alleanze.

D: E’ legittimo commerciare con chiunque?

R: Il commercio non è compito dello Stato. I privati cittadini possono commerciare con chiunque, ovunque nel mondo. Ma lo devono fare a spese loro e a loro esclusivo rischio e pericolo. Non possono poi pretendere di essere tutelati all’estero dallo Stato, per una situazione in cui si sono infilati di loro spontanea volontà.

D: E’ legittimo un embargo o un insieme di sanzioni economiche?

R: Sì, solo se lo Stato soggetto ad embargo o a sanzioni economiche minaccia dichiaratamente la sicurezza dei tuoi cittadini, anche se non ha ancora usato la forza contro di essi. Una minaccia latente (anche se già esplicita) può essere contrastata con un embargo, per impedire il rafforzamento di un nemico.

D: Uno Stato può legittimamente secedere da un altro Stato?

R: Sì, purché il nuovo Stato garantisca almeno altrettanta sicurezza ai suoi cittadini rispetto allo Stato precedente. L’uso della forza contro una secessione è legittimo solo se il nuovo Stato è già palesemente criminale.

D: Uno Stato può perdere la sua prerogativa di difendere i cittadini?

R: Sì, quando è lui il peggior aggressore. Uno Stato criminale, che viola sistematicamente i diritti dei suoi cittadini, ovviamente perde il diritto di difenderli. I suoi cittadini, in compenso, acquisiscono il pieno diritto di rovesciarlo, anche con la forza delle armi se necessario, con o senza l’appoggio di Stati stranieri.

D: Ma esistono, alla fine, veri e propri “diritti” degli Stati, come la sovranità o l’integrità territoriale?

R: No. Lo Stato va inteso solo come un’agenzia di protezione al servizio dei suoi cittadini. Agisce per tramite loro. Ma sono solo i cittadini, gli individui, ad avere diritti. Se lo Stato non compie il suo dovere, deve farsi da parte.

Paul Ryan non è certo Ayn Rand, ma in Italia basta per far paura

Paul Ryan allievo devoto di Ayn Rand? La filosofa ebrea russa, nata Alissa Rosenbaum, emigrata negli Usa per fuggire alla repressione sovietica e morta in America 30 anni fa, non avrebbe gradito il suo “allievo”. Prima di tutto perché Paul Ryan è cattolico e anti-abortista convinto, mentre la Rand era atea e notoriamente favorevole al diritto di abortire. Paul Ryan, inoltre, è un riformatore pragmatico. Non intende, neppure nel lungo periodo, ridurre lo Stato alle sole funzioni di difesa, ordine pubblico e giustizia (come prescritto dalla Rand), ma riformarlo per riassestare i conti pubblici.

Eppure il parallelo fra Paul Ryan e Ayn Rand, per quanto inopportuno, appare molto spesso e volentieri sulla stampa italiana. Massimo Gaggi, sul Corriere della Sera del 30 agosto dedica all’influenza della Rand un intero editoriale e attribuisce, indirettamente, alla sua filosofia liberista l’origine della crisi del 2008 (Fannie e Freddie, però, erano enti para-statali…). Molti altri quotidiani nazionali e online hanno improvvisamente scoperto la figura della Rosenbaum. Paul Ryan, si legge ovunque, avrebbe tratto ispirazione da “La Rivolta di Atlante”, il suo romanzo filosofico più celebre. Ma vuol dir poco: come lui, quasi tutti i sostenitori del libero mercato americani si dicono fans dello stesso romanzo.

E allora perché cercare un nesso, a tutti i costi, fra il vicepresidente e la compianta filosofa dell’oggettivismo? Perché l’oggettivismo è un “babau” per gran parte dei giornalisti ed editorialisti italiani. Lo si deduce dai toni e dagli argomenti che usano per sintetizzare quella filosofia. Leggiamo, infatti, su Famiglia Cristiana, in un commento a firma di Stefano Salimbeni, del 20 agosto scorso: «Ayn Rand, romanziera di origini russe, popolare tra i giovani e gli universitari, sostenitrice di un estremo e feroce darwinismo sociale che vede la povertà come il frutto di scelte personali sbagliate e dunque legittimamente punibile con politiche pubbliche che, in pratica, lasciano gli svantaggiati “cuocere nel loro brodo”». Federico Rampini, su La Repubblica del 24 agosto, sottolinea (giustamente) le differenze fra il conservatorismo religioso di Ryan e l’ateismo della Rand.

Ma quest’ultima è definita dallo stesso Rampini: «Sacerdotessa del liberismo economico» e qualche riga dopo «Profetessa del Dio-mercato». Etichette ingrate per una filosofa che era prima di tutto, “realista” e nemica di ogni utopia. Warsamé Dini Casali, etichetta Paul Ryan come un «devoto fedele della “sacerdotessa” del capitalismo selvaggio Ayn Rand». Secondo Domenico Maceri, su Altro Quotidiano il 19 agosto, scegliere Paul Ryan come vicepresidente vuol dire abbracciare «Il bilancio e la filosofia di Ayn Rand». E cioè? «Fondamentalmente Ryan ridurrebbe il bilancio tagliando fondi ai più poveri, riducendo Medicare e Medicaid, riducendo le tasse dei ricchi, rubando ai poveri per accontentare i benestanti».

Avete capito, allora, perché si cita, anche a sproposito, la Rand? Per gridare “al lupo!” liberista. Basta un vicepresidente che propone qualche taglio ad una spesa pubblica insostenibile, perché si levino grida di allarme.Riformare Medicare, dando buoni-sanità agli anziani (come propone Ryan) per i nostri commentatori equivale già ad essere un “predatore”. Perché non c’è alcuna fiducia nel libero mercato, solo nel governo. Dimenticando l’azione realmente predatoria dello Stato, con le sue tasse, le sue leggi arbitrarie, i suoi divieti, la sua imprevedibilità, si demonizza il potere economico e si invoca l’aiuto del potere politico. A questi signori, negli anni ’60, Ayn Rand già rispondeva: «Avete detto che non vedete alcuna differenza fra il potere economico e quello politico, fra il potere della moneta e quello dei fucili, nessuna differenza fra la ricompensa e la punizione, nessuna differenza fra il guadagno e il furto, nessuna differenza fra il piacere e il terrore, nessuna differenza fra la vita e la morte. Ora state iniziando a capire quale sia la differenza».

Pubblicato su L’Opinione, 2 settembre 2012

BHB: il sogno della difesa definitiva

Leggendo sana letteratura neoconservatrice, come “Endgame: The Blueprint for Victory in the War on Terror”, scritto dai generali in pensione Thomas McInerney e Paul Vallely, mi sono imbattuto in una stranissima rievocazione storica. I due generali scrivono, infatti, di aver sfiorato, nelle loro ricerche, un programma segreto di difesa anti-missile, autorizzato dall’allora neo-presidente Ronald Reagan nel 1981 (due anni prima dell’annuncio delle “Guerre Stellari”). Questo programma, stando ai due autori, avrebbe portato alla progettazione, se non proprio alla costruzione, di un’arma anti-missile “definitiva”, chiamata in codice XXXBHB-BACAR-1318-I390MSCH, abbreviata in BHB. Viene definito come “un sistema d’arma in grado di neutralizzare le armi nucleari”. A svilupparla sarebbe stato un consorzio di Paesi, fra cui il nostro. L’Italia avrebbe dunque partecipato, assieme a Israele e Usa, principali promotori del programma. (La qual cosa, fosse vera, mi riempirebbe per una volta di orgoglio nazionale). La cosa che rende poco, o per nulla, credibile il tutto, è la segretezza assoluta che avrebbe circondato il progetto. Scrivono McInerney e Vallely: “Negli scorsi 25 anni, il progetto e gli scienziati in esso coinvolti, sono stati tenuti nel segreto più assoluto, la loro esistenza negate. Gli scienziati hanno respinto le loro candidature al Nobel per la fisica e al Nobel per la pace e sono stati deliberatamente e ripetutamente bersaglio della disinformazione militare, diffusa attraverso i media, per distrarre l’attenzione del pubblico dal loro lavoro segreto”. Certe narrazioni fanno la differenza fra la storia e la fantastoria. La descrizione di un segreto che dura da 25 anni, nell’era dell’informazione, è fantastoria. Nessun progetto è stato tenuto nell’ombra così a lungo. Lo Stealth (aereo invisibile) lo è rimasto per 8 anni. E già prima del primo impiego dell’aereo, a Panama nel 1989, erano trapelate talmente tante notizie sul suo conto che Tom Clancy lo aveva già perfettamente descritto nel suo romanzo “Uragano Rosso” del 1987. Lo stesso Progetto Manhattan, il più segreto della storia contemporanea, è rimasto celato agli occhi del mondo per soli 4 anni. Durante i quali era stato già infiltrato da spie sovietiche (fra cui Pontecorvo, i coniugi Rosenberg e altri). Gli israeliani non sono riusciti a tener nascosto il loro programma nucleare per più di 10 anni: oggi le loro atomiche sono un “segreto di Pulcinella”. Un “progetto Manhattan” iniziato nel 1981 e proseguito per i successi venticinque anni sarebbe stato oggetto di infiltrazioni spionistiche di ogni genere, notizie trapelate alla stampa, ricatti e sputtanamenti politici.

L’esistenza della BHB è poco credibile anche per motivi scientifici. Non sono un fisico e dunque non posso giudicare sino in fondo con cognizione di causa. Ma so che nel 1981 c’erano essenzialmente tre tecnologie allo studio per una difesa anti-missile. La prima era quella nucleare, già ampiamente sperimentata, ma pericolosa per i suoi effetti collaterali. La seconda era quella cinetica (colpire un proiettile con un altro proiettile privo di esplosivo, per far esplodere il bersaglio con la sola forza dell’impatto), sperimentata con successo solo a partire dal 1984. E poco adatta a costruire “armi definitive”, considerando che occorrono almeno 2-3 costosi intercettori per affrontare ogni missile nemico. La terza era quella dei laser, che nel 1981 erano ancora nella mente degli scienziati e mai sperimentati sul campo. Tuttora, a 31 anni di distanza, sono considerati sistemi d’arma in via di sviluppo, non ancora pronti all’uso sul campo di battaglia. La tecnologia laser più promettente, nel 1981, pareva ancora essere quella della bomba a raggi-X, il Progetto Excalibur, concepito dal fisico Edward Teller (già padre della bomba H). Si trattava, a tutti gli effetti, di una nuova bomba atomica. Con la differenza, rispetto alle testate tradizionali, che avrebbe potuto emettere (attraverso barre conduttrici) un gran numero di raggi X, ciascuno in grado di distruggere o quantomeno deviare un missile nello spazio. Questa tecnologia, solo apparentemente a portata di mano, è stata testata una decina di volte dalla fine degli anni ’70 all’inizio degli anni ’90, ma i fisici del laboratorio di Teller (il Lawrence Livermore National Laboratory) non hanno mai capito se funzionasse o meno.

Nel campo della fisica è ancor più difficile conservare un segreto. Chiunque può arrivare ad un risultato, con la propria testa, indipendentemente da dove si trova o per chi lavora. E finora nessun fisico è mai giunto alla conclusione che possa esistere un’arma in grado di neutralizzare le bombe atomiche in modo definitivo.

Detto questo, posso affermare con quasi assoluta certezza che la BHB è un’arma di fantasia, una leggenda. Un po’ come l’ordigno fine-di-mondo immaginato da Kubrick nel “Dottor Stranamore”. Va ad aggiungersi nell’elenco delle armi partorite dalla fantasia dei complottisti, come Haarp (che secondo alcuni avrebbe scatenato il terremoto in Emilia).

Ma, detto questo, una BHB bisognerebbe inventarla. Sarebbe semplicemente la difesa perfetta, l’invenzione rivoluzionaria che ci permetterebbe di dormire sonni tranquilli e la soluzione a tutti i problemi militari (fatto salvo il terrorismo). Sarebbe anche un’arma perfettamente morale, l’opposto dell’atomica: un sistema che è definitivo perché distrugge gli strumenti di distruzione e salva gli uomini.

Eppure, proprio nel caso dell’ipotetica creazione di un’arma simile, inizierebbe lo scontro politico, morale e filosofico in Occidente. Facciamo l’ipotesi che venga annunciata dal prossimo presidente degli Stati Uniti. Sorgerebbe immediatamente un grande movimento di protesta contro il suo dispiegamento. Per tre ragioni. Primo: la paura, cioè il timore, mai del tutto sopito, che se diventassimo troppo potenti, scateneremmo l’ira del mondo. Secondo: l’eccesso di umiltà, o disfattismo tout court, cioè la convinzione che, non essendo raggiungibile la perfezione di un sistema, non debba neppure essere costruito. “Nessuna difesa è meglio di una cattiva difesa” dicono. E continuano a ripeterlo con convinzione e cocciutaggine. Ragionassimo così anche in altri settori, come la medicina, oggi non riusciremmo a curare nemmeno un raffreddore. Terzo: l’agnosticismo politico, cioè l’incapacità di distinguere la superiorità morale di una democrazia liberale dalla natura criminale di un regime totalitario. Chi cedette i segreti dell’arma atomica ai sovietici, lo fece proprio perché credeva nell’equilibrio fra democrazie e totalitarismi. Tutta la teoria della Mutual Assured Destruction (distruzione reciproca assicurata) si basa sull’impossibilità di scatenare la guerra a causa del pericolo di distruzione che potrebbe comportare. Dunque, implicitamente, sull’accettazione della legittimità di entrambi i sistemi. I teorici dell’equilibrio vantano di aver contribuito alla “pace” per mezzo secolo, durante tutta la Guerra Fredda. Ma se guardiamo da vicino questa “pace”, vediamo che all’interno dei regimi totalitari comunisti, sono stati assassinati circa 100 milioni di individui. Fosse scoppiata una guerra nucleare, ne sarebbero morti meno, anche secondo le proiezioni più catastrofiste. Ad essere veramente realisti, non esiste alcuna pace, né alcun ordine, quando prevale un compromesso fra stati di diritto e regimi criminali dotati di armi atomiche. L’ordine esiste se, e solo se, prevale un unico sistema di norme in grado di mantenere l’ordine e di proteggere la vita. Sistema di norme che troviamo solo ed esclusivamente nella democrazia liberale. Sarebbe un immenso passo avanti, per tutta l’umanità, conferire un’arma “definitiva” nelle mani di una democrazia liberale. Sarebbe un passo nel baratro conferirla nelle mani dei suoi nemici.

Eppure, la paura, l’eccesso di umiltà e l’agnosticismo morale, hanno dominato il dibattito nelle democrazie liberali per mezzo secolo e sono tuttora dominanti. Hanno fatto presa sull’opinione pubblica delle democrazie e ne hanno condizionato il pensiero. Hanno rallentato, frenato e ostacolato il processo di ricerca, innovazione dispiegamento di una difesa realmente efficace. Paradossalmente, se oggi un presidente dicesse “abbiamo testato la BHB, l’arma che è in grado di disarmare tutti i nostri nemici”, la gente comune, prima di tutto, si chiederebbe “chi è il vero nemico?” e poi finirebbe per avere più paura di prima.

Fermare il declino?

Il manifesto “Cambiare la politica, fermare il declino, tornare a crescere” è sicuramente la proposta politica più interessante nel nostro Paese. Chi scrive ha aderito al manifesto, dunque non posso formulare un’analisi del tutto asettica. Sono di parte e lo confesso, anche se la mia firma non compare (almeno finora) nella lista delle adesioni. Ritengo, comunque, sia utile vedere tutti i limiti di questo progetto. Se non altro per prevenire eventuali delusioni. E di delusioni, per i liberali, ce ne sono state tantissime nell’ultimo ventennio. Tanto da non riuscire ad elencarle tutte.

Sperando che almeno questa non sia l’ennesima delusione, ma sia, anzi, la premessa di una vera svolta, vediamo di analizzare le caratteristiche fondamentali di ogni singolo elemento che costituisce ogni nuova proposta politica. Prima di tutto: il programma. Già è bene (e un bene raro) che si parta dal programma e dalle idee. Finora i progetti politici italiani sono partiti da un’ideologia da acquistare a scatola chiusa (i partiti tradizionali), o da un leader in cui avere fede (i partiti nati dopo il 1992, fino al Movimento Cinque Stelle compreso). Tutti hanno proposto un programma o chiesto alla loro base di formularne uno. Operazioni di facciata. Quel che contavano erano le élite partitiche, teoricamente detentrici dell’ideologia, oppure il leader che fa e disfa i programmi e le alleanze a seconda delle sue momentanee intuizioni. Partire seriamente da un programma e costruire, attorno ad esso, sia la struttura del partito che la classe politica che lo dovrà guidare, è già un grande passo avanti.

Vediamolo, allora, questo programma. Punto uno: Ridurre l’ammontare del debito pubblico: è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse. Bene, niente da obiettare.

Punto due: Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell’arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale. Bene, anche se andrebbe approfondito. Si deve render chiaro che sanità e istruzione possono e devono essere privatizzate. Si potrebbe chiaramente introdurre qualche misura-ponte, come il buono scuola per l’istruzione o il buono sanità nel sistema sanitario, in modo da permettere agli italiani meno abbienti di scegliere il servizio (privato) migliore. Spero non si cada ancora nella trappola della concorrenza fra pubblico e privato. Perché il primo, grazie ai suoi privilegi, finirebbe per schiacciare il secondo, come è successo sinora in tutti i settori. Anche sulle pensioni è meglio essere chiarissimi sin da subito. La riforma funziona solo se si introduce il sistema a capitalizzazione (come in Cile), in cui ciascun lavoratore risparmia per sé, investendo in un fondo pensione privato, invece che pagare i contributi allo Stato. Finora noi abbiamo assistito a finte riforme della previdenza, in cui lo Stato si è limitato a rimandare l’età pensionabile, per far pagare più contributi. Ma di fronte ad una popolazione che invecchia, questo metodo è destinato comunque ad esaurire le risorse, nel momento in cui i giovani che lavorano vengono superati numericamente dai pensionati da mantenere. Il sistema a capitalizzazione non porrebbe alcun problema di età: vai in pensione quando lo decidi tu e prenderai quello che tu hai deciso di risparmiare e investire. E’ l’unico modo di garantire l’ vera equità inter—e intra—generazionale.

Punto tre: Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l’evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte. Viviamo nel Paese con la più alta pressione fiscale del mondo. Paghiamo il 54% (reale) di quel che guadagniamo. Ridurre questa pressione al 49% (sempre in termini reali) vuol dire comunque regalare forzatamente la metà del proprio lavoro allo Stato. Il programma dice almeno 5 punti, quindi spero solo che sia realmente solo una prima tappa. Altrimenti non ci sono molte alternative: portar via la metà dei redditi ai cittadini, siano essi produttori o risparmiatori, vuol dire strangolare il Paese nello spazio di una legislatura. Come sta già avvenendo, per altro.

Punto quattro: Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d’ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti. Benissimo, nulla da obiettare.

Punto cinque: Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell’impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro. Sicuramente meglio del posto fisso o della cassa integrazione. Sarebbe un sistema di welfare molto più leggero. Purché sia da intendersi come un sistema transitorio. Quel che non c’è scritto nel programma, e che invece è di fondamentale importanza, è la libertà di licenziare. Un welfare leggero avrà senso solo se un imprenditore ottiene la piena libertà di risolvere, quando e come vuole, un rapporto di lavoro nell’azienda di sua proprietà. Altrimenti anche un welfare leggero diverrebbe una burocrazia in più. Forse, in un periodo come questo, parlare di licenziamenti non è popolare. Spero che i promotori del manifesto lo abbiano sottinteso e scritto nel loro programma almeno con l’inchiostro simpatico.

Punto sei: Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d’interesse. Imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi. Qui iniziano i primi problemi. In una logica statalista, dove comunque la politica mantiene il primato sul mercato, hai bisogno di leggi sulla trasparenza e il conflitto di interesse, lotta alla corruzione (come nell’Urss di Andropov?) e meccanismi di epurazione. Sono leggi sempre fallimentari. Perché chi controlla il controllore è spesso e volentieri il primo ad essere corrotto, colluso e in conflitto di interesse: è un esito iscritto nella stessa logica del potere politico. In compenso, in un sistema di controlli oppressivi, finisce denunciato e punito solo l’elemento più debole, il poverocristo che non ha fatto carriera e sta antipatico a troppi, il parvenu e il figliodinessuno con idee “sbagliate”. Questo punto programmatico contiene il pericolo di una nuova élite di censori. E sì che, per ottenere gli stessi risultati di trasparenza e veder premiato il merito, senza incorrere in leggi potenzialmente liberticide, basterebbe semplicemente ricorre alle privatizzazioni. Lasciamo che sia il mercato a selezionare, punire e premiare.

Punto sette: Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l’efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l’indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato. Tante parole, ma manca la riforma fondamentale: piena responsabilità civile e penale dei giudici. Chi sbaglia (e rovina la vita a un innocente) deve pagare. Il resto andrebbe da sé: i giudici diverrebbero improvvisamente più responsabili ed efficienti di fronte alla possibilità di una pena.

Punto otto: Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo. Altro grosso problema di questo decalogo: perché le donne e i giovani dovrebbero costituire una categoria a sé? Se le donne e i giovani sono discriminati (sempre meno, a dire il vero) nelle imprese, è per una questione di mentalità. Non puoi riformare una mentalità a colpi di riforme politiche. Altrimenti finisci per peggiorare il problema: costringere liberi imprenditori ad accettare chi non vorrebbero mai accettare, crea le premesse per una discriminazione ancora peggiore. O la creazione di “riserve naturali”, se preferite. Una schifezza, insomma, in cui il “protetto” si fa parassita e il “protettore”, suo malgrado, lo deve subire. Anche qui, sarebbe bastato un sano principio di libero mercato, senza corporazioni, senza ordini professionali, con piena libertà di licenziare e assumere: l’unico sistema in cui chiunque (giovane, donna, uomo che sia) può farsi strada senza ricorrere a protezioni politiche.

Punto nove: Ridare alla scuola e all’università il ruolo, perso da tempo, di volani dell’emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo. Va abolito il valore legale del titolo di studio. Problema: spendere coi soldi di chi? Con le tasse abbiamo già dato. E abbiamo visto che vengono spese male, proprio perché il gettito viene allocato con criteri politici, non certo “meritocratici”. Spero solo che questo punto programmatico si concretizzi nell’unico modo intelligente possibile: aprendo le porte ai finanziamenti privati a favore di istituti e centri di ricerca anch’essi privati. Sarebbe l’unico modo per instaurare un vero regime di competizione fra menti, idee e progetti. Va bene l’abolizione del valore legale del titolo di studio, inutile pezzo di carta che non permette a un datore di lavoro di capire quanto vali realmente.

Punto dieci: Introdurre il vero federalismo con l’attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l’obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa “questione meridionale” va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell’ultimo mezzo secolo. Benissimo insistere sull’autonomia di spesa e di entrata degli enti locali. Male insistere sulle punizioni agli amministratori o sulla trasparenza dei bilanci locali, disposizioni che appaiono come il frutto di un centralismo autoritario del nostro passato. Fosse vero federalismo, gli amministratori locali dovrebbero essere liberi di fare tutte le porcate che vogliono. E poi dovrebbero essere lasciati fallire, come avviene regolarmente negli Stati Uniti. Questo programma, invece, spalanca una porticina di servizio a un nuovo centralismo, che qualche politico conservatore potrebbe benissimo imboccare per mantenere lo status quo.

Insomma, già il programma alterna luci e ombre. E’ l’agenda più liberale che sia stata scritta negli ultimi anni, in un’Italia che sembra produrre solo cacce all’evasore e populismi fondati sulla voglia di nuovi divieti, finti liberali (poi socialisti all’atto pratico) e apologeti del defunto comunismo. Certo, anche in questo programma, come abbiamo visto, aleggia lo spettro del socialismo e del dirigismo, lo stesso che finora ha affossato il sistema Italia. Potrà prendere una piega positiva o negativa, liberare i cittadini o opprimerli ancor di più, a seconda di chi si aggregherà attorno a questi dieci punti teorici e li saprà tradurre in azione politica. Certo avrei preferito un’agenda che non avesse dato adito a questi equivoci e spianato la strada a simili pericoli.

La rivolta fiscale possibile

Sarebbe tempo di rivolta fiscale, ma non sta scoppiando nulla. Già ho scritto, su questo blog, di quanto gli italiani, in realtà, approvino questo regime fiscale, moralmente e politicamente. La riscossione massiccia della tassa sull’Imu ne è una prova ulteriore: il regime fiscale è il regime degli italiani degli anni 2000, così come lo era il fascismo negli anni ’20 e ’30. Non voglio ripetermi, dunque non starò lì a ribadire quali ragioni spingono gli italiani ad amare chi li sta massacrando di tasse. Adesso mi vorrei soffermare sull’altro aspetto del problema: la mancanza di offerta politica credibile a quella (scarsa) domanda di chi si vuole ribellare al fisco.

Premetto che io ho pagato l’Imu, nonostante sia iscritto al Tea Party Italia, abbia partecipato al No Imu Day e scriva spesso e volentieri contro l’immoralità e l’inopportunità della tassazione. Perché ho pagato? Per motivi molto semplici: non avevo alternative percorribili. Avrei potuto pagare in ritardo la prima rata, come suggeriscono alcuni amici del Tea Party Italia. Per ottenere cosa? Pagare una multa, regalando altri soldi allo Stato. No grazie. Avrei potuto pagare tutto al comune e non allo Stato, come suggeriscono alcuni miei amici libertari e alcuni esponenti della Lega e del PdL, per rafforzare gli enti locali a scapito del governo centrale. L’ho fatto, ma per forza: perché ho l’abitazione principale (che è tassata dal solo Comune), non ho terreni agricoli, né aree fabbricabili, né altri fabbricati, che sono tassati direttamente dallo Stato. Ma questa non è una protesta, è una situazione di fatto. Avrei potuto, come propongono altri amici libertari, pagare tutto al Comune direttamente con bonifico bancario, in modo da saltare lo Stato e la sua Agenzia delle Entrate. In questo caso avrei pagato esattamente la stessa somma e in più sarei stato passibile di sanzione (civile o penale, non saprei, ma comunque una sanzione). Non mi sembra un buon modo per spendere il proprio tempo e denaro. Per di più avrei dovuto fare un bonifico al comune governato dal sindaco Pisapia (sono di Milano), che è di estrema sinistra e non avrebbe affatto apprezzato il gesto. Quindi, benché ritenga l’Imu la peggior vessazione fiscale finora creata, soprattutto perché colpisce la casa, non mi sono voluto ribellare. Perché, in questa condizione, non ne vale assolutamente la pena. Se fai resistenza passiva, adottando uno o più forme di protesta di cui sopra, passi comunque dalla parte del torto agli occhi della magistratura, spendi molto più tempo e denaro, gli italiani medi (che amano pagare le tasse) ti guarderanno con orrore e disprezzo e quella minoranza di italiani che odia le tasse, ma non ama battersi, ti giudicherà un pirla. Non hai alcun seguito. Molto probabilmente non vieni neppure notato. Ed è per questo che (pur riservando il massimo rispetto per chi ha scelto la via della resistenza individuale) non mi stupisco che l’Imu sia stata pagata da quasi tutti, con estrema puntualità. Perché tutti, anche quelli che odiano le tasse, sono comunque giunti a conclusioni simili alle mie.

In teoria, in una democrazia liberale, in cui viene garantito il diritto di libertà di espressione, si possa far propaganda contro le tasse e votare per il partito che propone la loro riduzione. Sempre in teoria, l’Italia è una democrazia liberale a pieno titolo. E infatti, ogni volta che posso, scrivo o parlo contro la tassazione, senza essere arrestato o minacciato da alcuna autorità. Ma quando si arriva al voto, la seconda parte di questo ragionamento si inceppa. Perché nessun partito vuole realmente la riduzione delle tasse. Quindi, in sostanza, mi rendo conto che, da almeno un decennio, sto scrivendo e parlando a vuoto, senza produrre alcuna conseguenza politica. Dal 1992 ad oggi, la Lega Nord ha sempre proposto la riduzione delle tasse. Forza Italia (prima da sola, poi nel PdL), dal 1994 ad oggi, predica la rivoluzione fiscale ed è stata sempre votata da un buon terzo degli italiani solo ed esclusivamente per quel motivo (più che per il carisma personale di Berlusconi). Le tre volte che quelle due forze politiche sono state al governo non hanno mai ridotto la pressione fiscale. Se lo hanno fatto, non me ne sono accorto. E, quel che è più grave, non se ne è accorto neppure il mio modulo 730. A questo punto sono giunto alla conclusione che in Italia sia impossibile, per qualsiasi partito di governo, abbassare le tasse. Non è l’aria di Roma che fa male, come suggerisce qualche amico leghista, ma è l’ingresso nelle stanze dei bottoni che farebbe cambiare idea anche al più determinato dei libertari. Perché chiunque arrivi a sedersi al centro del potere italiano si ritroverebbe a dover ripagare un debito immenso (pari al 120% del Pil, se nel frattempo non è già cresciuto) e, contemporaneamente, a dovere rispondere ad una serie di corteggiamenti e/o minacce di decine di milioni di italiani che non vogliono alcun taglio della spesa pubblica. Anzi: tutti la vogliono aumentare nel proprio settore. L’Italia finora non ha prodotto alcun essere umano sufficientemente solido da reggere a entrambe le pressioni ed è difficile che lo produca in futuro. Non dico che sia impossibile avere una donna o un uomo di ferro che lo voglia e lo riesca a fare. Ma finora non esiste nell’offerta politica. L’immenso debito e la propensione alla spesa pubblica hanno dunque ridotto drasticamente la scelta democratica in Italia: votare un partito anti-tasse è diventato, di fatto, impossibile. Sotto questo aspetto (che è il più importante, a voler ben vedere) il Paese è irriformabile.

Metodi di democrazia diretta? Negati dalla Costituzione. Non possiamo fare come gli svizzeri o i californiani che conducono le loro piccole e grandi rivolte fiscali a colpi di referendum. Da noi i referendum in materia fiscale sono proibiti.

Quindi, riassumendo: la protesta fiscale individuale è inutile e costosa; predicare contro le tasse è possibile, ma sterile; votare un partito anti-tasse (almeno finora) è impossibile; votare a un referendum anti-tasse è anticostituzionale.

Però continuare a pagare le tasse (e che tasse!) è immorale e anti-economico. Immorale, perché è un sistema di furto legalizzato, che in Italia porta via più del 50% del prodotto del proprio lavoro, per ricambiare con disservizi. Anti-economico, perché una tassazione così oppressiva sta già rapidamente ammazzando l’economia italiana. Ora siamo in recessione. Altri aumenti di tasse e finiamo dritti in depressione. E di lì alla bancarotta non mancherebbe molto: un Pil contratto oltre certi livelli non riuscirebbe più a coprire il debito. Alla fine si deve trovare un metodo di difesa. Altrimenti si soccombe. Ma si deve trovare quello giusto.

Una prima via possibile è sindacale. Far nascere un sindacato di contribuenti che dia la possibilità a milioni di individui di effettuare forme di resistenza fiscale, dando loro soprattutto consulenza legale gratuita. Questa cosa funziona solo se è di massa. Uno sciopero fiscale di 500 persone viene facilmente stroncato. Uno di 5 milioni inizia ad essere un problema serio. Quindi, se il sindacato attecchisce, deve attecchire in fretta, come un incendio estivo, spalmandosi su tutto il territorio nazionale. Solo in questo caso lo Stato sarebbe invogliato a scendere a patti. La via sindacale, comunque, comporta dei grossi rischi di degenerazione. I sindacati dei lavoratori sono legali a tutti gli effetti: hanno dalla loro il diritto di sciopero e di assemblea, riconosciuti dalla legge. Un sindacato dei contribuenti non avrebbe alcun diritto, secondo la legge italiana. Dunque, per organizzare uno sciopero fiscale di massa, dovrebbe svilupparsi come una sorta di carboneria, con tutti i rischi del caso (segretezza, infiltrazioni, doppi giochi, ricatti, rapporti opachi fra i soci, ecc…). Pur essendo legali, per ottenere una massa critica, i sindacati degli operai hanno usato in passato anche metodi brutali, gambizzando i crumiri, organizzando picchetti (in alcuni casi anche armati), limitando, a suon di minacce, la libertà di scelta di migliaia di lavoratori. Per un sindacato illegale, quale sarebbe quello dei contribuenti, la creazione di una massa critica è un problema in più. E il rischio di degenerazione violenta è, dunque, ancora maggiore. Vedere picchetti armati di fronte alle sedi delle agenzie delle entrate, o sapere che alcuni cittadini sono stati gambizzati solo perché costretti a pagare le tasse, non è un sogno, ma un incubo. Ci siamo lasciati alle spalle un pessimo ricordo degli anni ’70. Non li rivorrei mai, per nessuna ragione al mondo. Il fine non giustifica i mezzi.

Una seconda via percorribile è quella del giuramento elettorale (pledge). Il Tea Party Italia e Confcontribuenti lo stanno facendo da anni. Il gruppo di pressione vota il politico che giura di non aumentare la spesa pubblica e di ridurre (o comunque non aumentare) le tasse. Se non rispetta il patto, non viene più votato, né sostenuto, da quel gruppo di pressione. Questa strategia, decisamente pacifica, ha prodotto ottimi risultati negli Stati Uniti. In Italia, però, ha due grossi limiti. Il primo è dato dalla legge elettorale: solo i politici locali possono essere eletti direttamente, tramite preferenza. Non so e non voglio sapere quale riforma elettorale sia in cantiere per il rinnovo del Parlamento. Ma per ora non possiamo scegliere i politici nazionali, nominati da partiti in liste bloccate e calati dall’alto sugli elettori. Siccome tutta la politica fiscale è nazionale, l’azione che i rappresentanti locali possono eseguire è molto limitata, quasi solo simbolica. Il secondo limite è numerico. Confcontribuenti e Tea Party Italia hanno il numero di iscritti più alto al mondo dopo quello dei Tea Party statunitensi. Ma negli Usa parliamo di masse di decine di milioni di uomini e donne (il 20-25% degli americani si riconosce nella causa dei Tea Party: dunque sono circa 60 milioni di individui), in Italia di migliaia. Solo quando saranno almeno 1 milione inizieranno ad essere temuti e obbediti dai politici. Solo quando faranno paura alle forze di centro-destra (quanto i tre grandi sindacati fanno paura a quelle di centro-sinistra), i Tea Party saranno in grado di rivoluzionare, dal basso, il sistema fiscale italiano.

Una terza via di resistenza fiscale possibile è territoriale. Un comune elegge a gran maggioranza una forza politica che effettua una resistenza fiscale a livello locale. Per quanto riguarda l’Imu, potrebbe accettare direttamente i bonifici dai suoi cittadini e poi provvedere alla loro difesa dal governo centrale. In pratica, quel che suggeriscono i miei amici libertari come forma di resistenza individuale, verrebbe effettuata dall’intero comune. In generale, il comune che fa resistenza fiscale dovrebbe avere il coraggio, sia di non versare le tasse a Roma, sia di non accettare da Roma alcun trasferimento di denaro. Per questo motivo, solo i comuni più ricchi, in grado di stare sulle loro gambe, senza alzare le tasse locali, potrebbero compiere questo tipo di azione. E qui sta il limite della protesta territoriale. Ragionevolmente parlando, comunque, sembrerebbe l’unica forma di resistenza fiscale realmente dirompente. In primo luogo perché il comune risparmierebbe ai cittadini la violenza della rappresaglia. Anche i più pacifici degli italiani anti-tasse potrebbero accettare di votare per una forza locale che promette un’azione di resistenza fiscale cittadina. Il loro unico sforzo richiesto sarebbe minimo: mettere una croce su un simbolo. E pagare (su per giù) la stessa somma al comune, invece che allo Stato. Meglio ancora se più comuni, o addirittura intere province (per non parlare di regioni intere), aderiscono all’azione di resistenza, per distribuirsi i costi e aumentare la sottrazione di denaro al governo centrale. Secondo: un’azione del genere è molto “rumorosa”, molto più di quanto non possa fare un eventuale sindacato dei contribuenti. Anche un singolo comune che si ribella alla fiscalità centrale fa notizia, dà già del filo da torcere allo Stato. Se i comuni diventano più di uno, meglio ancora. Se diventano intere province o regioni, è facile trovare dei politici di Roma pronti a trattare. Nessuno è così pazzo da mandare l’esercito, su questo ci posso scommettere.

Il problema è trovare una forza politica locale credibile. Lega Nord e PdL propongono proteste locali, comuni anti-Imu e altre simili amenità. Ma quanto sono credibili dopo un quasi ventennio di promesse disattese? Ci vorrebbero forze nuove, volti nuovi, tecnicamente ben preparati al compito. Le menti e le risorse umane non mancano. Si facciano avanti. Io e milioni di altri italiani saremmo pronti a votarli nelle prossime elezioni amministrative.